giovedì 02 dicembre 2021

Riga 2015: M5S per un nuovo modello di azione per l’UE in politica estera e di sicurezza

09

Mar 2015

Il violento conflitto in Ucraina e il successo dell’espansione militare dei fondamentalisti islamici in Iraq, Siria e Libia sono solo alcuni dei punti di attrito che hanno causato tensioni e instabilità nelle regioni ad est e a sud dell’Unione europea.

Come delegato del Parlamento europeo alla Conferenza interparlamentare per la politica estera e la politica di sicurezza e difesa comune (PESC / PSDC), ho partecipato all’incontro di Riga insieme a più di 300 esperti civili e militari provenienti dai 28 paesi membri, dai candidati e dallo staff dell’Unione. Tra gli obiettivi che si propone, il vertice dovrebbe anche suggerire nuove linee guida anche per il futuro della Politica di Vicinato dell’UE.

Tra i miei obiettivi figura invece la necessità di porre sul tavolo le vere ragioni che hanno portato a queste crisi. Ecco perché ho chiesto all’UE di essere intransigente nei confronti di quanti, Stati membri dell’UE o alleati d’oltreoceano, partner come gli Stati della Lega araba o ancora singoli individui ancora supportano o tollerano l’esistenza delle guerre per procura e non hanno imparato nulla dal passato (vedi Afghanistan): usare una fazione contro un’altra può provocare disastri più grandi dei problemi che certuni pretendono di voler risolvere in questo modo. Siria, Iraq e Libia ne sono esempi lampanti.

In Libia in particolare non si può prescindere da un dialogo inclusivo con tutte le fazioni, anche quelle islamiste moderate purché siano disposte in prospettiva a rinunciare alle armi in favore del metodo democratico, che naturalmente deve essere frutto di un’elaborazione locale che tenga conto delle peculiarità culturali, nella quale dobbiamo giocare un ruolo di supporto e non di imposizione dei nostri modelli. Non possiamo ergerci a censori e selezionare come interlocutore solo chi pensiamo che sia più congeniale ai nostri interessi. Perché ciò vuol dire concentrarsi sul breve termine e commettere l’ennesimo errore strategico.

Farsi tentare dalle sirene dell’intervento militare vuol dire ignorare palesemente che, in particolare in assenza di una prospettiva di piano politico e di un accordo tra le fazioni, si finirà per regalare alla radicalizzazione il nemico “crociato” che gli serve per unire Ansar al-Sharia all’Isis sotto un’unica bandiera e trasformare due rischi in un problema gigantesco. Altro è invece lavorare in stretta cooperazione con Tunisia, Algeria e gli altri partner regionali con umiltà e senza l’arroganza di chi si illude riavere la verità in tasca.

Questa è la strada che dobbiamo perseguire: l’agenda deve essere dettata dal buon senso e non dagli interessi di chi vorrebbe solo petrolio a buon mercato. Noi vogliamo invece stabilità, democrazia e uno sviluppo equo e giusto per entrambe le sponde del Mediterraneo: così si affronta la crisi e si potrà risolvere il dramma umanitario dell’immigrazione.

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