mercoledì , 22 novembre 2017

Un incontro per dar voce alle proteste dei Nativi americani contro il Dakota Access Pipeline

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“Fighting the black snake. Dakota Access Pipeline: un caso di corporate responsibility delle banche dell’Unione Europea” è stato il titolo dell’incontro  che ho promosso il 27 ottobre, a Roma, per tenere accesi i riflettori su una vicenda, quella dell’oleodotto statunitense e del suo passaggio attraverso i territori delle riserve indiane, che ha causato una escalation di scontri e violenze. Sono intervenuti Michelle Cook, esperta di diritto federale indiano, e Michael Paul Hill, medico spirituale, entrambi attivisti per i diritti dei Nativi. La parola è poi passata a Marco Ricci, dell’Associazione “Sentiero Rosso”, che ha portato il suo saluto alla platea. Ascoltare dal vivo le voci di coloro che si stanno battendo per difendere i propri diritti e le proprie terre dallo strapotere dei giganti dell’energia è il modo migliore per far luce su una vicenda che rischia di avere conseguenze gravissime per la salute degli abitanti e per l’ambiente. Di seguito, riporto il testo del mio intervento. Ho voluto iniziare con una citazione di Tatanga Mani, capo indiano della tribù dei Sioux Oglala, meglio conosciuto come Toro Seduto.

Vi è molto di folle nella vostra cosiddetta civiltà. Come pazzi voi uomini bianchi correte dietro al denaro, fino a che ne avete così tanto, che non potete vivere abbastanza a lungo per spenderlo. Voi saccheggiate i boschi e la terra, sprecate i combustibili naturali. Come se dopo di voi non venisse più alcuna generazione, che ha altrettanto bisogno di tutto questo.Voi parlate sempre di un mondo migliore mentre costruite bombe sempre più potenti per distruggere quel mondo che ora avete.”

<<Oggi non vogliamo parlare di bombe ma di qualcosa che è, forse, più subdolo e viscido, perché coperto dagli interessi delle grandi corporations: stiamo parlando del black snake’, quel gigantesco oleodotto nero, il Dakota Access Pipeline, lungo circa 2000 chilometri con cui i nostri cari amici americani vorrebbero trasportare il petrolio da Bakken in Nord Dakota sino all’Illinois, tagliando da Nord a Sud gli Stati Uniti d’America. Un progetto folle, che comporterebbe un duplice danno sia etico che ambientale. L’oleodotto attraverserebbe, infatti, Standing Rock, la riserva degli indiani Sioux, uno dei pochi, ristretti territori ancora riservati ai nativi d’America, da sempre usurpati delle loro terre da sedicenti portatori di ‘civiltà’.

Quel che grave è che, oltre ad essere una riserva, è anche un luogo sacro per i Sioux: lì risiederebbero gli Spiriti degli Antenati e le Forze della natura. Non si tratta quindi di una battaglia solo per la terra o per i diritti, da sempre calpestati, dei nativi americani, ma di una lotta per proteggere quello che si ha di più caro: la spiritualità, i riti, il passato, le preghiere, le radici.  Tutto quello che serve per mantenere vive le tradizioni e contrastare la minaccia dell’oblio e della morte. Ma violare un luogo sacro non è ‘sufficientemente grave’ per bloccare un progetto da 4 miliardi di dollari che, a detta di Trump, potrebbe risolvere il problema energetico, facendosi carico del 50% dell’attuale produzione petrolifera del Nord Dakota.

E, allora, che dire del danno ambientale? Che dire delle trivellazioni, delle distruzione dell’ecosistema e, soprattutto, dell’inquinamento delle falde acquifere? Ricordiamo, infatti, che quest’orribile oleodotto passerebbe sotto il fiume Missouri e altri corsi d’acqua, fondamentali per il sostentamento e la fornitura di acqua potabile delle popolazioni indigene che vivono in quelle aree e degli stessi cittadini americani. E il rischio di inquinamento delle acque di cui parlo non è ipotetico ma reale: come ricordato da Dave Archambault, il leader tribale dei Sioux, una delle società americane coinvolte nel progetto, la Sunoco, ha un record di segnalazioni per quanto concerne la scarsa sicurezza e la superficiale prevenzione verso i suoi oleodotti ed eventuali perdite di petrolio. Dunque, quell’acqua, che è il bene pubblico per eccellenza, già corrotta in quelle aree dalle pratiche di fracking, (cioè l’estrazione di idrocarburi tramite esplosioni sotterranee), rischia oggi di essere ancora più inquinata, mettendo seriamente in pericolo la vita delle persone.

Con queste considerazioni di carattere ambientale ed etico, i Sioux di Standing Rock erano riusciti a vincere una battaglia importante l’anno scorso: quella di convincere l’esercito americano, sotto la cui giurisdizione ricade la parte interessata, a non concedere all’impresa costruttrice il permesso di realizzare l’opera e per la quale era stato, quindi, previsto un percorso alternativo. La musica è, però, cambiata con l’amministrazione Trump: è bastato un semplice decreto esecutivo a far passare in un batter d’occhio il progetto in questione, tanto discusso quanto illegale. Autorizzare una simile costruzione prefigura, infatti, una violazione della Dichiarazione ONU del 1992 sui diritti delle persone appartenenti a minoranze nazionali o etniche, religiose e linguistiche, convenzione che gli Stati Uniti hanno ratificato. Ma agire nel rispetto della legalità importa poco se vi sono di mezzo gli interessi dello stesso Presidente e dei giganti delle multinazionali. Sembra, infatti, che Trump abbia investito nell’ Energy Transfer Partners, la compagnia che sta dietro il Dakota Access. Tuttavia, il progetto non coinvolge solo gli americani. Anche europei e italiani si sono sporcati le mani.

Tra i finanziatori e compari di Trump ci sono quattro banche francesi, la BNP Paribas, Natixis, Societe General e Credit Agricole, le olandesi ABN Amro Capital e ING Bank, le tedesche Deutsche Bank e BayernLB, la spagnola BBVA Securities, le inglesi HSBC Bank, Compass Bank, Barclays, ICBC London e Royal Bank of Scotland, le svizzere UBS e Credit Suisse, la norvegese DNB Capital/ASA.  E l’italiana Intesa San Paolo.  Insospettabile, quest’ultima, visto il suo recente impegno con il progetto Energia 2020 in favore delle famiglie e delle imprese che investono nel settore dell’energia pulita. Forse queste banche non sanno cosa sia la responsabilità sociale di impresa e non conoscono i principi guida delle Nazioni Unite sulla condotta delle imprese. Forse. O forse no. Probabilmente fanno solo finta di non conoscerli, perché conviene di più. E se è veramente così, il comportamento di queste aziende non fa altro che metterci di fronte a una dura realtà. Quella del solito gioco sporco dei più forti contro i più deboli, degli interessi privati contro quelli pubblici, di guadagni facili a discapito della salute dei cittadini.

Una vicenda, questa del Dakota Access pipeline che sembra riaprire i capitoli di una storia mai conclusa e una ferita mai rimarginata, quella del 1876, del trasferimento forzato nelle riserve, o meglio nei ghetti, del massacro di Sand Creek e, più in generale, di tutte quelle violenze perpetrate sui nativi americani, che come dice la parola stessa, essendo originari dell’America avrebbero ancora più diritto e legittimazione a risiedere in quei territori. E invece no. Ancora una volta, i Sioux sono costretti ad abbandonare le loro abitazioni, le loro terre. Le stesse che un tempo avevano odiato, perché concesse dall’uomo bianco. Ed è allora che mi chiedo chi è veramente il portatore di ‘civiltà’. Una concetto che forse ci sembrerà più chiaro con questa bellissima citazione di un anonimo nativo americano con la quale concludo la mia introduzione: ‘Le bellezze sono tutte intorno a noi, basta sedersi sotto a un albero e ascoltare il rumore della natura”.

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