Stati del terrore e (T)Errori di Stato: la Pasqua dell’ipocrisia politica?

Oggi è un giorno, un lunedì speciale. Il lunedì di Pasquetta. Per i credenti un ulteriore momento di raccoglimento per ricordare il sacrificio di Gesù per la redenzione del mondo. Per tutti, comunque un’opportunità per trascorrere una parentesi di svago e di serenità con propri amici, in famiglia, comunque vicini ai propri cari. Così ho tentato di fare finora. Senza riuscirci. Per questo ho deciso di sedermi davanti al pc e di condividere queste parole con voi. Chiedendo anticipatamente perdono a quanti non vorrebbero essere turbati in questa occasione da considerazioni scomode e dirette, da fatti e vergogne nude e crude della politica italiana e internazionale. Forse un po’ indigeste, per un’opinione pubblica sempre più anestetizzata dalle verità a buon mercato, tanto al chilo, somministrateci dal circo mediatico quotidianamente. Vi chiedo scusa, vorrei avere oggi parole più gentili e rassicuranti. Ma mentirei a me stesso, prima ancora che a voi. E di menzogne e omesse verità ne leggiamo e ascoltiamo già abbastanza.

Sono tornato giovedì notte da una Bruxelles surreale, sospesa a metà tra il dolore e lo sconcerto. Di una Bruxelles attonita davanti alla barbarie sanguinaria di una violenza del tutto ingiustificabile. Ma non altrettanto imprevedibile.

Lo dico con il dolore nel cuore, pensando alle decine di vite spezzate, alle famiglie distrutte alle quali va il mio pensiero e la mia vicinanza. Ma lo dico pensando anche a quei politici e a quegli intellettuali che mostrano lacrime di coccodrillo in televisione, che inveiscono contro la violenza jihadista e sbandierano semplici soluzioni fai-da-te, buone forse per gli slogan, dimenticando le conseguenze degli interventi militari diretti e indiretti, ma soprattutto sciagurati in Medio Oriente, così come le calorose e acritiche strette di mano dei nostri governanti ai sedicenti amici del Golfo.

È forse un segreto che l’Arabia Saudita sostenga ovunque, anche nei nostri paesi, la predicazione wahabita, ultraconservatrice e integralista, per farne uno strumento di propaganda e di azione politica, creando quelle condizioni che rischiano costantemente di favorire la radicalizzazione di soggetti border-line? Predicazione molto diffusa proprio in Belgio, nei quartieri-ghetto come Molenbeek? È forse un mistero che da anni e a tutt’oggi, “facoltosi donatori privati” di Qatar, Arabia Saudita, Emirati e Kuwait utilizzino proprio il sistema finanziario del Kuwait stesso, ben noto per i controlli tutt’altro che approfonditi, per far affluire cospicue somme all’estremismo islamico, con la speranza magari di manipolarli indirettamente o quantomeno di tenerli lontani da casa loro?

È forse una novità che la Turchia, al solo scopo di abbattere il regime filoiraniano di Bashar al Assad (che dovrà comunque rispondere di tutti i suoi crimini) e di schiacciare l’autonomia dei curdi siriani, sia divenuta in questi anni una vera e propria “autostrada per il jihadismo” e per il traffico clandestino del petrolio estratto nei territori sotto il controllo del sedicente Califfato? Quella stessa Turchia con la quale concludiamo accordi vergognosi per subappaltarle la gestione dei rifugiati siriani, quel flusso di umana disperazione che lei stessa ha contributo a creare, comprandoci il suo appoggio con due assegni da 3 miliardi di €, per un totale di 6 miliardi? Considerando come paese “sicuro” uno Stato che chiude i giornali scomodi, non garantisce i diritti fondamentali neanche ai suoi cittadini, specialmente ai discriminati curdi e alle opposizioni democratiche? Che con il contributo sempre dei paesi del Golfo e l’avallo indiretto degli USA e degli altri alleati NATO ha trasformato Siria e Iraq in due Stati falliti ma soprattutto in una grande “palestra” del jihadismo internazionale, permettendo ai foreign fighters (che non sono rifugiati siriani ma, appunto, combattenti stranieri, vale a dire cittadini europei e americani, talvolta tutt’altro che figli di immigrati di seconda o terza generazione!) di acquisire addestramento e competenze belliche che si rivelano letali nelle nostre città?

La lista è sin troppo lunga. Ma alla nostra opinione pubblica le cause profonde di questo dramma raramente vengono riportate dai mass media. Qualcuno se ne ricorda vagamente e fugacemente solo quando tragedie come quella di Bruxelles e di Parigi ci colpiscono. Forse perché Beirut, Damasco, Baghdad, sembrano troppo lontane dalle nostre realtà quotidiane. Sarà forse per questo che nessuno mette mai su facebook come avatar le proprie foto con le bandiere irachene, libanesi, siriane in trasparenza, dopo i sanguinosi attentati di questi mesi.

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, sperano alcuni. Lontano da un’Europa sempre più divisa, che non riesce neanche a redistribuire al suo interno poche migliaia di migranti, ma che sbandiera la volontà utopistica di creare un servizio di intelligence unico, non si sa controllato da chi (mancando una vera Europa politica e democratica) né con quali procedure unificate e quadro legislativo, mentre all’interno del piccolo e federale Belgio i poliziotti e gli 007 fiamminghi e valloni sono in competizione al posto agire sinergicamente. Mentre le piattaforme e gli strumenti di cooperazione, come Eurojust ed Europol, già esistono ma in pochi lo dicono. Perché non bastano? Perché la verità è che manca la volontà politica di condividere quelle informazioni. Perché i Governi europei si riempiono la bocca parlando della volontà di difendere l’interesse comune dei cittadini europei, dimostrando nei fatti che, invece, l’unica cosa che hanno in comune è la difesa esclusiva dei propri egoistici interessi, tutt’altro che europei. Consiglio a chi abbia ancora dei dubbi di rinfrescarsi la memoria approfondendo le vere cause dell’intervento in Libia.

Il terrorismo è un serpente le cui spire si avvolgono in modo perverso e complesso. Un mostro con il quale dovremo lottare a lungo, che si nutre della nostra incoerenza e indecisione. Non si combatte né a colpi di selfie e tweet dispensatori di buonismo aprioristico, né di post e sparate di razzismo strisciante. Si sconfigge, sul piano interno, aumentando personale e dotazioni dell’intelligence, che deve essere concretamente e pragmaticamente messa in condizione di penetrare queste reti e infiltrarle per smantellarle prima che colpiscano. Sul piano esterno, con una politica estera (finalmente!) coerente e decisa, specialmente nei confronti degli Stati summenzionati che, con le loro azioni politiche, favoriscono il rafforzamento o comunque impediscono lo smantellamento di queste reti integraliste. Nessun fine può giustificare o anche solo farci tollerare queste ambiguità e questo cinismo politico.

Ma le ricette facili sono sempre di moda. Specie quando di mezzo ci sono risorse naturali da estrarre e sfruttare, appalti multimiliardari da concludere. E tra queste, figura sempre l’appoggio a quei regimi autoritari, come l’Egitto, che autogiustificano la propria esistenza ergendosi a paladini della lotta al terrore, che conducono internamente liquidando i diritti civili e la democrazia con una repressione feroce a danno di tutti. Anche di chi ha ben poco a che fare con le dottrine salafite e il jihad. Quale scusa migliore, in fondo, per calpestare i diritti umani e mettere a tacere le voci scomode?

Questo bisogna ricordare, ascoltando le ipocrite parole al vento di Renzi, che sbandiera la volontà di non accettare dal Governo egiziano alcun tipo di “verità di comodo, artificiale e raccogliticcia”. Mentre quello stesso Governo, che per bocca del Presidente-Generale Al Sisi aveva promesso solennemente di non lesinare alcuno sforzo per assicurare i veri colpevoli alla giustizia, si prende gioco di noi e della memoria di Giulio Regeni, impedendo che le informazioni utili pervengano agli investigatori italiani, cambiando di continuo la ricostruzione dei fatti, spacciando per spiegazione plausibile una verità che fa acqua da tutte le parti. Che ricorda proprio la classica soluzione preconfezionata, con i responsabili “casualmente” tutti morti nel corso della sparatoria che ha portato all’arresto. I morti non parlano, e con il loro silenzio è senz’altro più semplice tentare di chiudere in fretta l’imbarazzante parentesi e tornare quanto prima al rassicurante business as usual.

Questo Governo, pallido alfiere di uno Stato-Italia sempre più marginale e meno rilevante sullo scacchiere internazionale, lascerà probabilmente svanire piano piano questa vicenda, pur di tornare a una comoda realpolitik. Ma il Popolo Italiano che ha ancora orgoglio e dignità non dimentica. Non dimentica le menzogne di chi disse che Giulio era morto in un incidente stradale. Non dimentica la verità delle autopsie, le ferite su un corpo straziato da giorni di tortura.

Eravamo coetanei. Se avessimo avuto la fortuna di incontrarci nei nostri percorsi di vita, avremmo potuto divenire amici. E magari trascorrere insieme questo giorno. Forse anche per questo, il mio ultimo pensiero oggi non può che essere per te, Giulio. Noi continueremo a lottare e a levare la nostra voce, ma non per chiedere un miracolo. Per chiedere GIUSTIZIA e VERITÀ. Per te, per tutte le vittime dello stato di terrore permanente. Con il quale alcuni vorrebbero giustificare le vittime dell’ipocrita terrore di Stato.

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