Riina jr. a Porta a Porta: 3 buoni motivi per indignarsi

Ci sono almeno 3 buoni motivi per essere arrabbiati per l’intervista di Bruno Vespa al figlio di Totò Riina andata in onda mercoledì sera a Porta a Porta.

Il primo è che Vespa non si è comportato da giornalista. Il mestiere dei grandi reporter di ieri e di oggi è certamente quello di intervistare anche dittatori sanguinari o persone colpevoli di ogni sorta di crimine. Ma i giornalisti seri lo fanno sempre mettendo queste persone di fronte alle loro responsabilità e mostrando al pubblico il male da loro causato. In questo caso, Bruno Vespa ha dato spazio a Giuseppe Salvo Riina in occasione della pubblicazione del suo libro, come se il figlio del boss fosse un cittadino, uno scrittore qualsiasi. Una leggerezza davvero poco professionale.

Il secondo è che Totò Riina, il mandante della strage di Capaci, è un boss spietato, che non ha mai rinnegato Cosa Nostra. E che si è mosso e si muove ancora oggi da leader della mafia, come ha fatto più volte lanciando messaggi minacciosi e intimidazioni nei confronti delle istituzioni della Repubblica italiana. Perché dunque un programma televisivo dovrebbe dare spazio al suo strettissimo congiunto che, non distanziandosi da suo padre, come Totò Riina parla, si muove, agisce: comunicando il “verbo”, il linguaggio della mafia.

Infine, bisogna ammettere che questo triste spettacolo va in scena sulla Rai, servizio pubblico pagato dal Canone. I cittadini italiani meriterebbero che i loro soldi venissero spesi per un miglior servizio informativo. Non certo quello in cui un mafioso di fronte alle foto della strage di Capaci dice che sì, lui ha rispetto per i morti. Ma sottolinea poi “per tutti i morti”. Leggi: anche per i caduti di mafia.

Io so che cosa è la mafia. Lo sappiamo bene tutti. Non starò a dare spazio sulla mia pagina Facebook a quell’intervista vergognosa. Non fatelo neanche voi. Vorrei invece ripete le parole di un ragazzo di altri tempi – ma per me un compagno di oggi – che nella sua Sicilia la mafia l’ha guardata in faccia, ribellandosi: “la mafia è una montagna di merda!”, ha detto.

Anche io lo voglio dire con Peppino Impastato e con tutti gli altri che si sono alzati in piedi e sono stati uccisi dalla mafia per difendere la legalità, la libertà e la democrazia di questo nostro Paese. Anzi, non le voglio ripetere le sue parole. Come ha fatto Peppino, le voglio proprio urlare:

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