Raid Soleimani: Italia, sei pronta a impegnarti contro un’escalation in Medio Oriente?

03 gennaio 2020. Tenete a mente questa data, perché a breve potrebbe diventare, purtroppo, tristemente celebre.

Ieri, un raid improvviso operato a Baghdad dalle forze armate statunitensi, mediante l’uso di droni, ha ucciso il generale iraniano Qasem Soleimani, da oltre vent’anni capo della Niru-ye Qods conosciuta anche come Forza Quds, l’unità delle Guardie Rivoluzionarie responsabile per la diffusione dell’ideologia khomeinista fuori dalla Repubblica Islamica Iraniana.

Soleimani non era un alto ufficiale qualunque, ma un personaggio di primissimo piano e di grande popolarità in Iran e nell’intera galassia sciita, anche per via del suo coinvolgimento alla guida dei Pasdaran nelle crisi regionali, dall’Afghanistan al Libano, passando ovviamente per la Siria e l’Iraq.

Come al solito la politica estera “da stadio” tipica del nostro Paese ci regala grandi perle mediatiche: c’è chi nel fronte anti-atlantista lo descrive come un immacolato e fulgido eroe nella guerra contro Daesh in Siria, c’è chi al contrario, militando nel campo ultra-atlantista, lo condanna come un feroce assassino e un terrorista. Dove sta la verità?

Senz’altro il ruolo svolto dalle sue milizie per frenare l’avanzata dei tagliagole di Daesh è stato di grande rilevanza, soprattutto viste le figuracce dell’esercito regolare iracheno. Ciò però non è avvenuto per spirito prettamente umanitario ma, come quasi sempre accade, per mantenere un’importante influenza iraniana nella regione e difendere il corridoio Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut, vitale per fornire supporto a Hezbollah in Libano ed evitare che si saldi il fronte sunnita.

I veri eroi, troppo spesso dimenticati, della lotta contro Daesh sono e restano le milizie curde dell’YPG, non solo per il coraggio delle donne e degli uomini che hanno sacrificato la vita contro Daesh, ma perché in Rojava (Kurdistan siriano) avevano implementato un sistema di governo veramente e pienamente democratico, pluralista e inclusivo. Prima che sempre Trump decidesse di dare mano libera a Erdogan nel compiere l’ennesimo vergognoso massacro in nome della Real politik.

Una simile diatriba, la diatriba eroe/terrorista dal mio punto di vista è tanto ideologicamente estremizzata quanto, fondamentalmente, inutile. A meno che l’intento non sia banalizzare e polarizzare la discussione, s’intende. Il che magari comunicativamente funziona benissimo, ma non rende un gran servigio all’opinione pubblica.

A differenza di chi, con grande leggerezza, attribuisce etichette pensando che la politica estera possa essere tutta bianca o tutta nera, questi anni di intenso lavoro nel campo delle relazioni internazionali, anni in cui sono stato anche in Siria e in Libia, perché pontificare con arroganza dietro una scrivania non mi si addice, mi hanno insegnato l’equilibrio, ma soprattutto l’importanza di basarmi sui fatti oggettivi. Soprattutto quando in gioco ci sono rapporti di forza tra potenze globali e regionali, le cui classi dirigenti non sono scevre di interessi e pesanti responsabilità, NESSUNA ESCLUSA.

Parliamo dei fatti, quindi. L’esecutivo guidato da Donald Trump ha deliberatamente deciso di uccidere un alto ufficiale di un altro Stato, l’Iran all’interno del territorio di un terzo Stato, l’Iraq. Lo ha fatto puntando il dito contro il ruolo del generale e dell’Iran nell’aver ucciso e minacciato diplomatici e cittadini americani, ma senza alcuna autorizzazione all’uso della forza militare e senza nemmeno consultare il Congresso, come confermato dalla sua speaker Nancy Pelosi.
Qui devo fare obbligatoriamente un appunto di non poca rilevanza: prima di muovere ulteriori passi, è a mio avviso necessario che gli Stati Uniti esibiscano dinanzi alla comunità internazionale le prove effettive della responsabilità iraniana in questi attacchi, altrimenti si rischia solo di provocare un pericolosissimo effetto domino senza alcuna ragione: la storia, anche recente, è ricca di esempi di questo tipo: inutile persino stare a riepilogarli.

E quindi, voglio essere molto chiaro e netto: si è trattato di una decisione PERICOLOSISSIMA, IRRESPONSABILE E SCONSIDERATA.
Il Medio Oriente di oggi è già dilaniato da violentissime lacerazioni, diviso in fazioni in lotta tra loro per definire le proprie sfere di influenza e cercare una supremazia. Alleanza sunnita-conservatrice delle petromonarchie del Golfo guidato da sauditi ed emiratini (con forti sponde da Al Sisi e Haftar), asse dei fratelli musulmani capeggiato da turchi e qatarioti, fronte sciita indiscutibilmente condotto dagli iraniani. A ciò si aggiungono le agende delle potenze globali. I terreni di scontro in cui si stanno misurando sono molteplici, alcuni storici, altri ben più recenti, alcuni militari, altri politici: Afghanistan, Palestina, Yemen, Iraq,
Libia, Libano.
Si tratta di una polveriera gigantesca, in cui un singolo gesto sconsiderato, troppo al di là della linea rossa può incendiare la miccia.

Trump aveva già dato prova, nel recente passato, di far prevalere considerazioni di consenso elettorale interno su valutazioni di ordine strategico a livello internazionale. L’aver sconfessato unilateralmente l’importantissimo, e faticosamente raggiunto, accordo sul nucleare iraniano ne è stata la prima eclatante dimostrazione.

In questo momento tanto lui, quanto il suo alleato di ferro Netanyahu sono in una fase di notevole difficoltà interna, l’uno alle prese con l’impeachment e con le elezioni tra meno di un anno, l’altro con la situazione di stallo nel creare un nuovo esecutivo, i problemi con la giustizia e il rischio di nuove elezioni anticipate.
Tradizionalmente, rinfocolare la minaccia e alzare il livello dello scontro con i nemici esterni per ricompattare l’opinione interna e screditare le proprie opposizioni, specialmente in vista di imminenti elezioni, è una strategia che oserei definire un vero e proprio cliché.

Ho letto qualcuno dire che gli Stati Uniti si preparano a una vera e propria invasione militare dell’Iran. Sinceramente credo che neanche Trump in un delirio di onnipotenza insieme ai più feroci falchi del Pentagono oserebbero tanto, contro un paese che ha delle forze armate moderne, efficienti, ben addestrate, equipaggiate e motivate ideologicamente, costituito per la maggior parte del suo territorio da montagne. L’Afghanistan si sta già rivelando una sconfitta strategica di notevole entità. Figuriamoci un conflitto contro ben altra struttura statale e militare, che comporterebbe la mobilitazione di centinaia di migliaia di soldati, un costo economico esorbitante, un numero impressionante di perdite umane e una potenziale escalation globale con la Russia e la Cina alleate di Teheran (vedasi la recente imponente esercitazione navale congiunta nel golfo di Hormuz).

No, lo scenario più verosimile mi sembra un altro: una guerra economica sempre più accentuata, già iniziativa da tempo con l’improvvido ritorno delle sanzioni, per cercare di mettere in ginocchio il paese dall’interno. Magari con blocchi navali dinnanzi ai porti iraniani da cui partono le petroliere: vi ricordo infatti che l’economia iraniana dipende quasi totalmente dall’export di petrolio, che ad oggi è diminuito da un milione e mezzo di barili al giorno a meno di 500mila, un altro colpo potrebbe quindi esserle fatale. A questo, potrebbero sommarsi uccisioni violente d mirate, come l’uccisione del generale Soleimani, figura carismatica che in molti vedevano come probabile erede dell’Ayatollah Khamenei nel ruolo di guida suprema del paese. E forse, cosa ancora più preoccupante, potenziali bombardamenti a infrastrutture di rilevanza critica nel paese (tra cui quelle nucleari).

La scommessa di Trump è probabilmente di piegare con ogni mezzo Teheran, per strappare un nuovo accordo ancora più stringente e penalizzante, che includa magari anche i missili a lunga gittata… o almeno questa viene sventolata come problematica per avere sconfessato il precedente.
Ma se questa è la strategia statunitense, si sta giocando terribilmente con il fuoco: perché l’Iran potrebbe decidere di rispondere a questo raid e ad altre operazioni simili colpendo direttamente e con grande durezza i principali alleati di Washington nella regione, ad esempio gli arcinemici sauditi, con conseguenti escalation dai contorni imprevedibili. E noi, come italiani, come europei, ci troviamo proprio al confine con il Medio Oriente. Saremo quindi di nuovo noi a pagare in primis e principalmente il conto di tali mosse avventate, non bastasse il terribile danno già inflitto all’export delle nostre imprese che avevano riaperto i canali commerciali per via delle sanzioni USA, che di fatto hanno costretto anche le imprese europee a ritirarsi, per non cadere sotto il giogo dei loro effetti secondari.

Una situazione così pericolosa necessita di una AZIONE DI MEDIAZIONE decisa, saggia ed equilibrata per allontanare il tintinnare delle sciabole e lo scontro militare. O, quantomeno, per tentare ogni opzione possibile in grado di scongiurarlo, per mettere a nudo le reali volontà e obbiettivi di ogni attore coinvolto.

L’Italia intrattiene da sempre un rapporto molto costruttivo e cordiale con l’Iran, sin dai tempi della prima Repubblica, e siamo al contempo un membro fondatore della NATO, quindi un alleato primario per Washington. Se lo volessimo, avremmo tutti i requisiti per interpretare molto bene il ruolo di mediatore. E sarebbe pienamente nel nostro interesse, peraltro.

Già ai tempi in cui fu avviato il negoziato per l’accordo sul nucleare iraniano commettemmo l’incredibile errore di non sederci intorno al tavolo, nonostante Teheran guardasse alla nostra presenza con grande favore e Washington non avesse nulla da obiettare. Lasciammo che a rappresentare l’UE fossero solo il Regno Unito, la Francia e la Germania, con questo abdicando clamorosamente al nostro ruolo, naturale e necessario, di ponte dell’Europa verso il Medio Oriente.

Non commettiamo un’altra volta lo stesso errore. Al posto del silenzio, della mancanza di un’agenda e soprattutto della insufficiente e remissiva consapevolezza, o piuttosto dell’inconsapevolezza di noi stessi e del nostro naturale spazio geografico, del ruolo di difensori del multilateralismo, leviamo finalmente LA NOSTRA VOCE in modo chiaro per condannare azioni militari unilaterali e avventante, per assumerci la responsabilità di essere COSTRUTTORI DEL DIALOGO.
Le difficoltà sono notevoli, non lo nego, ma è proprio da passaggi come questo che passa la possibilità di recuperare credibilità internazionale.

Questa voce ancora non ho avuto modo di sentirla in modo chiaro: auspico di sentirla molto presto, perché il tempo scorre veloce.
Come al solito ci accoderemo agli altri, restando spettatori e non attori degli eventi, o saremo, una buona volta, all’altezza della nostra storia e della situazione?

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