Quando un sogno si trasforma in incubo: salviamo le Maldive dall’ISIS (e dal wahhabismo)

Se dico Maldive, cosa ci viene in mente? Suppongo a voi, come a me, una distesa di spiagge bianchissime, un paradiso tropicale nell’Oceano Indiano che magari i più fortunati di noi riescono a vedere non solo in foto, e che per gli altri resta invece un Paese da sogno. Chi, invece, assocerebbe il nome di questo arcipelago tropicale con quello dell’Isis, o con le manifestazioni popolari in favore dell’istituzione della sharia (legge islamica) in quel Paese? Chi penserebbe alle Maldive come “campo di coltura” per l’arruolamento di numerosi foreign fighters?

Eppure, è stato proprio l’ex presidente delle Maldive Mohamed Nasheed a stimare, in un’intervista concessa poco più di un anno fa al quotidiano britannico Independent, che circa 200 maldiviani (su una popolazione di 345.000) si sono arruolati con lo Stato islamico. Nasheed si è spinto a definire l’arcipelago un “paradiso di reclutamento” per i jihadisti. Altro che eden tropicale dei turisti di lusso!

L’islam radicale sta diventando molto, molto forte”, ha commentato Nasheed. “(I jihadisti) hanno acquisito un grande potere sia nell’esercito che tra le forze di polizia. Tanto che la maggior parte dei cittadini dell’arcipelago partiti per dare supporto all’Isis sono proprio ex militari”. L’ex presidente ha individuato le cause della crescente radicalizzazione in atto nell’arcipelago delle Maldive nell’influenza dell’Arabia saudita, che riversa denaro per la formazione di imam di osservanza wahhabita.

Purtroppo sembra sia proprio così. Il radicalismo trova terreno fertile soprattutto tra i diseredati della capitale Malé, situata su di un’isola di poco più di due chilometri quadrati su cui sono stipati oltre 100.000 abitanti. Una situazione di sovraffollamento che, unita alla povertà di ampi strati della popolazione locale, ha generato negli anni passati frustrazione e ripetute esplosioni di violenza. La presenza dell’estremismo islamista è talmente forte da arrivare perfino a scendere pubblicamente in piazza. E’ successo lo scorso settembre, quando centinaia di manifestanti hanno sfilato per le strade della capitale sotto le bandiere nere del Califfato e del fronte Al-Nusra, scandendo inoltre slogan con tre la democrazia e in favore della sharia.

Sono intervenuto puntualmente sulla situazione fuori controllo delle Maldive. Nella Dichiarazione congiunta, a firma di eurodeputati di diversi partiti, da me sottoscritta il 29 aprile scorso, abbiamo sottolineato diversi nodi critici sullo stato della democrazia, delle libertà civili e dei diritti umani nelle Maldive. Soprattutto per quanto riguarda i rapporti tra radicalismo jihadista e politica.

Già in passato l’Unione europea aveva espresso preoccupazione per l’arresto del presidente Nasheed, avvenuto nel gennaio 2012. Nasheed venne poi condannato a 13 anni di reclusione il 13 marzo 2015 con l’ accusa di terrorismo in un processo giudicato però non regolare dalla comunità internazionale. Proprio contro questa sentenza, al Parlamento europeo ci siamo espressi contro l’autoritarismo del regime di Malé e abbiamo chiesto con urgenza al suo governo la fine dell’ingerenza politica nel sistema giudiziario del Paese e il rispetto delle più basilari garanzie democratiche, che troppo spesso e con troppa leggerezza vengono ignorate.

Il sostegno all’ex presidente e il biasimo verso il suo successore mi sembrano d’obbligo. Abdulla Yameen, il presidente in carica, è uscito vittorioso dal voto – irregolare e manipolato a suo favore – del 2013 come erede del fratellastro, l’autoritario Abdul Gayoom, padre-padrone delle Maldive, che ha governato da despota per più di 30 anni. Nasheed, invece, può essere descritto come un convinto ambientalista, difensore dei diritti umani e dei valori democratici. Eppure è lui ad aver avuto la peggio a Malé.

L’appello dell’Europa in favore della democrazia è purtroppo rimasto inascoltato. Poche settimane fa, all’inizio di novembre,  Yameen ha decretato lo stato di emergenza per 30 giorni – poi revocato dopo solo una settimana – nell’arcipelago, a causa di un presunto complotto ordito dal suo stesso vice Adeeb. Più plausibilmente, si è trattato risposta autoritaria alla manifestazione dell’opposizione, scesa in piazza a sostegno del suo leader Nasheed.  E’ proprio il regime attuale, quello che ha rovesciato e incarcerato Nasheed a favorire il fondamentalismo religioso tra gli abitanti delle Maldive. Una scelta preferenziale attuata attraverso l’incremento dei legami internazionali con le realtà islamiche più conservatrici. Da cui il presidente Yameen ottiene appoggio sul fronte esterno, ricevendo sostegno dagli islamisti sul fronte interno.

A questo punto possiamo riannodare tutti i fili di questa trama così complessa che riguarda un Paese apparentemente piccolo, lontano e legato, nel nostro immaginario occidentale, solo alle palme e ai cocktail sulla spiaggia.

L’insegnamento che possiamo trarre è semplice: dove si permette ai nostri sedicenti alleati del Golfo di far prosperare, grazie ai petroldollari, la predicazione wahhabita rapidamente spariscono democrazia e Stato di diritto, in favore di forze nettamente autoritarie e vicine all’estremismo. Spero che l’Europa se ne ricordi quando sceglie le sue amicizie, prima di versare le solite lacrime di coccodrillo dinnanzi a una realtà “da sogno”, come pensiamo siano le Maldive, che si sta trasformando in incubo.

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