Politics in the UK: luoghi comuni e sorprese d’Oltremanica

di Andrea Valdambrini, giornalista – Per quanto possa sembrare strano, è a Londra che ho scoperto una dimensione della politica da cui noi italiani abbiamo qualcosa da imparare. Dico che sembra strano perché, in quanto “latini”, guardiamo alla dimensione pubblica anglosassone con un misto di accondiscendenza e superiorità. Oltre la Manica e al di là dell’Atlantico, pensiamo di solito, le grandi tradizioni politiche europee non hanno mai conquistato quella dimensione di massa che caratterizza così profondamente la nostra cultura – così come quella di gran parte del Vecchio Continente. Gli anglosassoni saranno anche efficienti, ma la passione politica, la militanza, l’impegno civile si traducono per loro in una versione sbiadita, quasi insignificante, di quella europea.

Sarà, e questa era anche la mia idea, quando ormai cinque anni fa sono arrivato in gran Bretagna in cerca di un futuro migliore o perlomeno di un barlume di speranza che nel mio Paese non mi sembrava di vedere, come molti altri laureati o più (avevo da poco terminato il mio dottorato in Filosofia) della mia generazione. Il primo incontro ravvicinato con partiti e deputati è arrivato con le elezioni politiche del 2010. Fedele al principio che dovrebbe ispirare ogni bravo giornalista, ho pensato che seguire la competizione elettorale non era sufficiente per poterla ben raccontare. Di conseguenza ho provato a viverla, buttandomici direttamente dentro.

Un amico romano, allora giovanissimo ma già ben inserito a Londra, lavorava per un parlamentare eletto in una circoscrizione periferica, multietnica e piuttosto working class della metropoli. Quando mi ha proposto di fare il volontario per la campagna del suo MP (che in inglese sta per Member of Parliament, ovvero deputato) ho accettato senza pensarci troppo. Nelle ore in cui, con un inglese all’epoca stentato, telefonavo agli elettori per conto del Labour, da uno scalcinato quartier generale che sembrava quasi arroccato al piano superiore di un tempio induista in mattoncini rossi, un volontario è spuntato dalla porta principale carico di manifesti elettorali. Era reduce dal classico giro porta a porta che caratterizza la corsa elettorale in Gran Bretagna. “È lui il mio capo, il deputato”, ha spiegato allora il mio amico, a me che non avevo mai visto un ex viceministro andare in giro come un comune mortale, da solo e con il suo camioncino, in un quartiere “scassato” di una città. A dire ai cittadini: eccomi qua, sono io. Se mi volete votare, questa è la mia faccia, questo il mio programma per il quartiere. E parlo di un deputato nazionale, non di un politico locale, sia chiaro.

Frequentando in quei giorni, e poi mille altre volte, activists (i militanti) e politici d’Oltremanica, mi sono accorto che quanto avevo visto non era l’eccezione ma la regola. L’idea centrale è che la politica è un servizio ai cittadini – e in questo senso ha un alto valore – ma i politici non svolgono un’attività diversa da quella di un comune cittadino. Lavorano come gli altri, magari anche più degli altri. Si sporcano le mani e soprattutto ci mettono la faccia. Non dico, ovviamente, che lo stile basti a fare un politico capace né onesto. Da quando ho iniziato a seguire per ragioni professionali quello che ruota attorno a Westminster – il parlamento più antico del mondo moderno – si sono succeduti una serie di scandali che i britannici non perdonano certo alla loro classe dirigente. Una volta, chiacchierando con un ragazzo di Occupy, davanti alla sede della Bank of England, nella City, ricordo bene che mi disse: “Pensi che nel tuo Paese ci sia corruzione? Guarda che tutti i soldi della mafia stanno qui. E le lobby governano, altro che Westminster o Downing Street”. Insomma, i vizi della “casta” non sono differenti e le lusinghe del potere non hanno certo meno presa solo perché declinate in un’altra lingua.

Tuttavia lo stile, in questo caso, è anche sostanza. È vero che i britannici amano poco discutere di massimi sistemi al pub davanti a una birra – al contrario di quanto fanno invece, ad esempio, i francesi a tavola davanti a un bicchiere di vino. Soprattutto a noi italiani, poi, i politici che vanno in metro, prendono la bici o si sentono “cittadini” come tutti gli altri fanno impressione, ci sembrano ancora un po’ marziani rispetto a quelli che viaggiano in auto blu, evitano come la peste il contatto con gli elettori e si fanno chiamare “onorevoli”: un titolo che dovrebbe essere eventualmente un riconoscimento di valore, non un attributo di potere.

Eppure quell’antica democrazia, pur con tutti i suoi difetti, ha qualcosa da insegnarci. Non solo che il servizio ai cittadini deve essere un fatto concreto, non una parola vuota (e questo si realizza solo quando esiste una società civile forte, organizzata, attiva che richiama la politica alle sue responsabilità). Ma anche, perché no, che in politica, come nella vita, la semplicità e l’umiltà sono sempre dei valori.

 

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