Nigeria 2015: Elezioni democratiche… e lezioni di democrazia.

Nigeria, marzo 2015. Seduto su un marciapiede dissestato e polveroso di Abuja ho respirato il vento caldo di quest’angolo tormentato d’Africa. È un vento che sa di tanti odori, quello che si respira in questo Paese dai mille contrasti: si sente l’inizio della primavera, mischiato all’odore pungente e dolciastro del petrolio… qualche oligarca corrotto preferisce associarlo al profumo sporco dei petroldollari, mentre milioni di persone non sentono altro che il tanfo dell’inquinamento, della morte e della corruzione.

Nel delta del fiume Niger si estrae l’oro nero in grandi quantità. Con conseguenze da far accapponare la pelle. Le fuoriuscite di petrolio dagli oleodotti contaminano falde acquifere, corsi d’acqua, foreste, mangrovie e campi coltivati, privando le comunità locali delle loro principali fonti di sostentamento. Spesso queste fuoriuscite avvengono semplicemente perché, nelle zone più remote e meno sorvegliate, le bande criminali forano gli oleodotti per rivendere clandestinamente il petrolio rubato. Per non parlare della tecnica di estrazione del gas flaring, con la quale si brucia a cielo aperto il gas naturale collegato all’estrazione del greggio, e dei suoi devastanti effetti sulla salute del popolo nigeriano. Di certo una preoccupazione che non sembra essere una priorità agli occhi di Shell, Total ed Eni, le tre multinazionali petrolifere che più operano nel paese e che l’hanno reso uno dei più grandi inquinatori di CO2 al mondo, rendendo l’aria irrespirabile. Il Delta del Niger fa della Nigeria il primo produttore di petrolio in Africa, eppure resta una delle aree più povere e inquinate al mondo. E nemmeno i cosiddetti guerriglieri del MEND (Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger) hanno contribuito a migliorare la situazione, anzi tutt’altro: a dispetto del nome, si tratta semplicemente di un cartello di bande criminali pesantemente armate, che grazie ai furti di petrolio, ai rapimenti e al supporto ai politici locali sono diventate di fatto uno Stato nello Stato. La conclusione del sanguinoso conflitto che li ha visti contrapposti al Governo, avvenuta nel 2009, li ha portati ad istituzionalizzarsi. E finora il Governo non ha potuto fare altro che “comprare” la pace.

Eppure, nonostante questi tristi fatti, o forse proprio per le loro implicazioni commerciali, per decenni la Nigeria è stata quasi invisibile agli occhi dell’opinione pubblica occidentale e italiana in particolare: i più la ricordavano, al massimo, per le sue gesta in qualche mondiale di calcio. Da tre anni a questa parte, invece, è diventata oggetto di discussione frequente: la triste fama di Boko Haram l’ha associata a un inferno di barbarie, morte e terrorismo. Che sono sempre ottimi titoli di copertina per i giornali. È così la grande stampa ha liquidato la pratica in fretta. Senza mai chiedersi perché Boko Haram abbia trovato così facilmente adepti e seguaci nel nord-est del paese (ma non solo) pronti anche a farsi saltare in aria. Senza capire che povertà, emarginazione e violenza sono spesso l’anticamera della radicalizzazione e del terrore.

È un paese estremamente complesso, la Nigeria, con una variegata composizione etnica (che ha condotto in passato a conflitti secessionisti come quello del Biafra, che pare a tutt’oggi non del tutto sopito), ulteriormente divisa sul piano religioso: musulmani maggioranza al nord, cristiani maggioranza al sud. Tanto è vero che, per consuetudine, se il candidato Presidente è cristiano il suo candidato vice è islamico. E viceversa.

Io ho avuto il piacere di andarci proprio per essere osservatore elettorale in queste elezioni presidenziali e politiche del 2015. E mentre camminavo per quelle strade, vedevo centinaia di migliaia di persone in fila paziente e ordinata davanti a seggi a volte di fortuna, sorridenti e tenacemente determinate a voler prendere parte a quella che sembrava quasi una festa della democrazia.

Sono stato testimone di un passaggio epocale nella storia di questo tormentato paese: per la prima volta dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel lontano 1960, l’opposizione ha sconfitto democraticamente il partito da sempre al Governo ed è salita al potere. Per la prima volta è avvenuto un passaggio di consegne complessivamente incruento, senza un colpo di Stato o una svolta autoritaria. Il risultato totale nei 36 stati della federazione parla chiaro: l’Apc di Muhammadu Buhari, ex generale di 72 anni già precedentemente a capo di una giunta militare, ha preso 15,4 milioni di voti contro i 13,3 milioni andati al partito dell’ex Presidente Goodluck Jonathan. Un trionfo netto ed evidente.

Ma i momenti di tensione prima e durante le elezioni, in realtà, non sono mancati: i discorsi accessi e le reciproche accuse, con toni spesso ben sopra le righe tra i vari contendenti e soprattutto tra i rispettivi (e famelici) entourage. Le elezioni rinviate per colpa (o con il pretesto) dell’avanzata di Boko Haram e le manifestazioni di migliaia di persone contro il Governo per questa scelta. L’arresto (estremamente) sospetto del direttore dell’impresa che ha fabbricato i cosiddetti “card-reader, indispensabili con il nuovo sistema di voto che prevede il controllo non solo della carta d’identità ma anche delle impronte digitali: tra l’altro queste operazioni venivano svolte separatamente rispetto a quelle di voto, costringendo la popolazione a una doppia fila di diverse ore abbastanza estenuante, che però non ha scoraggiato un’altissima ed entusiasta affluenza. Il timore che quell’arresto fosse dettato dalla volontà di “estorcere” i codici dei card-reader e manipolare quindi i risultati delle elezioni stesse. L’orrore e la violenza degli barbari e atroci attacchi ai seggi di Boko Haram, le decine di feriti e di morti, tra cui diversi decapitati con una motosega: il terrore all’opera per impedire con ogni mezzo il voto. Che infatti non si è tenuto in larghe parti degli Stati del nord-est, occupati dai jihadisti, in particolare nel Borno.

Nonostante tutto, il miracolo è riuscito. Jonathan, il Presidente uscente, ha riconosciuto la sconfitta chiamando proprio Buhari e congratulandosi con lui. Ai nostri occhi occidentali sembra quasi un atto dovuto. E invece qui era tutt’altro che scontato. Il timore di un rifiuto e di un appello alla guerra civile con scontri sanguinosi e migliaia di morti aleggiava nell’aria. Come membri della missione abbiamo mantenuto la barra dritta: nessuna esternazione prima di valutare l’intero processo. Ferma richiesta all’Unione Europea e all’Alto Rappresentante di ammonire entrambi i contendenti a rispettare il risultato delle urne, in qualunque caso. Nel nostro piccolo, anche questo ha contributo a evitare l’irreparabile.

Buhari ha vinto, quindi. Ma soprattutto, nonostante le enormi difficoltà, in Nigeria ha vinto la democrazia. E un altro passo fondamentale per il suo consolidamento è stato compiuto, proseguendo il cammino intrapreso nel 1999, anno della fine dell’ultimo governo militare. Ci sarà tempo per vedere se il nuovo Presidente manterrà le promesse: se riuscirà a distruggere il cancro terrorista di Boko Haram e a ridare sicurezza ai suoi cittadini. Se riuscirà a estirpare le piaghe croniche della corruzione e della criminalità, a riformare una burocrazia elefantiaca e parassitaria. A rilanciare l’economia del paese con un impiego più giusto ed equo dei cospicui proventi petroliferi, creando occupazione e riducendo la povertà.

Sfide titaniche. Nel mio cuore e nella mia mente, resta la certezza che non dimenticherò mai i seggi allestiti per strada, le persone entusiaste e pazientemente sedute a mangiare e cantare per ingannare l’attesa di ore e ore. Gli spogli avvenuti di notte, addirittura una volta alla luce dei fari di una macchina. Le urla di gioia all’annuncio di ogni voto da parte degli scrutatori, in un clima che più che uno spoglio ricordava gli spalti di uno stadio da calcio. Forse non sarà professionale come ce lo immaginiamo in Europa. Ma quell’entusiasmo e quei sorrisi sono contagiosi. Sono una lezione di democrazia per uno stanco Occidente che da troppi diritti per scontati. E mi hanno fatto veramente credere nella speranza e nella voglia di cambiamento di questo popolo. 

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