sabato , 23 settembre 2017

Newton, gli insediamenti e la questione Palestinese: l’UE riconoscerà infine la Palestina?

U.S. President Donald Trump (R) greets Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu after a joint news conference at the White House in Washington, U.S., February 15, 2017.   REUTERS/Kevin Lamarque
U.S. President Donald Trump (R) greets Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu after a joint news conference at the White House in Washington, U.S., February 15, 2017. REUTERS/Kevin Lamarque

Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Rileggendo gli avvenimenti di questi ultimi anni, per non dire decenni, mi viene da pensare, con una punta di amarezza, che neppure Newton avrebbe potuto prevedere quanto il suo terzo principio della dinamica sarebbe stato drammaticamente perfetto per illustrare il conflitto israelo-palestinese.

Ve ne darò un piccolo saggio, partendo da un breve excursus sugli ultimi capitoli di questa tragedia umanitaria senza fine: la risoluzione numero 2334 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato severamente gli insediamenti, definendoli una “flagrant violation”, ovvero una violazione flagrante della legge internazionale. Nella risoluzione si chiede al governo di Israele di interrompere “ogni attività” nei propri insediamenti presenti all’interno dei cosiddetti “territori occupati” palestinesi e a Gerusalemme est, dove complessivamente vivono circa 630mila persone, definendo l’occupazione “senza validità legale” e rischiosa per il processo di pace. Il sostegno alla risoluzione dell’ONU, la cui votazione è stata richiesta da Nuova Zelanda, Malesia, Senegal e Venezuela, è stato quasi unanime con ben 14 paesi membri su 15 del Consiglio che hanno votato a favore. Ma soprattutto è stata la decisione di astenersi da parte degli Stati Uniti che ha fatto passare il provvedimento, che per essere approvato aveva bisogno di almeno 9 voti a favore e di nessun veto dei membri permanenti del Consiglio, cioè Stati Uniti, Francia, Russia, Regno Unito e Cina. La decisione statunitense, molto insolita e giudicata già “storica” da qualcuno, è stata duramente criticata dal governo israeliano di Benjamin Netanyahu, la cui reazione non si è fatta attendere.

Proprio Netanyahu, infatti, ha dapprima richiamato gli ambasciatori dalla Nuova Zelanda e dal Senegal (cancellando anche gli accordi di cooperazione verso quest’ultimo paese come forma di ritorsione), ha in seguito ammonito quelli di ben altri dieci paesi e ha infine dichiarato di non voler rispettare i termini della risoluzione e di ritirare la quota annuale di 6 milioni di dollari dalle Nazioni Unite. Il 24 gennaio è arrivato l’annuncio di 2.500 nuove case in Cisgiordania e 566 a Gerusalemme, mentre il 6 febbraio la Knesset ha approvato la famigerata Regularization Law che permetterà la legalizzazione di ben 4.000 insediamenti israeliani sempre in Cisgiordania.

Ovviamente a tali reazioni ne sono conseguite altre: da un lato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha avvertito Israele che l’adozione di questa legge avrà conseguenze legali. Dall’altro Hamas ha scelto un nuovo leader per Gaza al posto di Ismail Haniyeh, leader politico storico. Si tratta di Yahya Sinwar, 55 anni, vicino all’ala militare del gruppo e falco tra i falchi. Senza dubbio la peggiore scelta possibile per il popolo israeliano, visto il rischio di una recrudescenza delle violenze, ma forse non proprio una catastrofe per il suo attuale governo, che può ora puntare il dito contro un personaggio totalmente ostile a qualsiasi forma di mediazione politica.

Nel frattempo la Casa Bianca ha però cambiato inquilino, con conseguenze abbastanza rilevanti, vista la ferma intenzione di Donald Trump di riportare in auge la salda alleanza tra Israele e USA, al minimo storico dopo la presidenza Obama: e così arriviamo al meeting proprio tra il nuovo Presidente americano e Netanyahu tenutosi mercoledì 15 febbraio, un incontro che alcuni osservatori esterni hanno definito bizzarro e altri hanno identificato come il colpo di grazia alla soluzione dei due Stati.

Un interessante articolo del Guardian osserva che, forse, la conferenza stampa congiunta dei due capi di stato, in cui Trump ha messo in discussione la soluzione a due stati, ha solo aperto gli occhi del mondo su un fatto che, se osservato imparzialmente, era già chiaro a tutti: il cosiddetto processo di pace mediorientale è più un mito che una realtà, qualcosa di cui si parla molto ma che, sostanzialmente, al momento non esiste.

E se Nikki Haley, la nuova ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, ha riaffermato l’impegno statunitense verso la soluzione a due stati, contraddicendo in parte Trump stesso, è altresì vero che si è violentemente scagliata proprio contro le Nazioni Unite, denunciando quella che ritiene un’ossessione del Consiglio di Sicurezza verso Israele, impegnandosi a combattere questo pregiudizio all’interno dell’organizzazione e affermando che con il nuovo corso targato Trump non saranno possibili iniziative sulla falsariga della risoluzione approvata a dicembre.

Insomma, stiamo assistendo a segnali tutt’altro che univoci per cui credo sia necessario, ora più che mai, che la posizione della Unione Europea sia cristallina, anche perché risulta via via più difficile credere che le finalità dell’attuale esecutivo israeliano siano veramente quelle di trovare una soluzione al conflitto, anche e soprattutto alla luce delle indiscrezioni recentemente circolate che riportano come Netanyahu abbia rifiutato di partecipare a un’iniziativa di pace segreta a febbraio 2016 che avrebbe portato al riconoscimento dello stato di Israele da parte dei paesi arabi della regione, una delle richieste chiave avanzate a più riprese.  

Continuo a ritenere, ed è questa anche la posizione ufficiale dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite e della Lega Araba, la soluzione a due Stati come l’unica percorribile che possa garantire a Israele di vivere in sicurezza e ai palestinesi di autodeterminarsi.

Personalmente, non voglio assistere a quello che sembra essere un percorso già segnato con l’escalation dell’ennesimo sanguinoso conflitto come unico possibile esito. Dopo il sostanziale fallimento dello sforzo francese, definito un matrimonio senza sposi vista l’assenza proprio delle due parti coinvolte, è tempo di dare un segnale deciso, in primis alla potenza occupante, cui spetta il primo passo. E se è vero che i palestinesi hanno dei problemi di leadership e di abbandono della logica della violenza che devono essere assolutamente risolti per poter assistere a dei progressi reali, ritengo comunque che giuridicamente le due parti dovrebbero avere l’opportunità di confrontarsi sullo stesso piano.

In Plenaria a Strasburgo, nel corso del dibattito sulla situazione in Cisgiordania, ho invitato proprio l’Alto Rappresentante Mogherini a chiedere formalmente a tutti gli Stati membri e all’Unione di riconoscere la Palestina come Stato, come già prevedeva una risoluzione del 2014 del Parlamento Europeo, della quale sono stato uno dei fautori e dei firmatari. Visto che all’orizzonte si profila una posizione americana tutt’altro che neutrale almeno noi, come UE, avremo il coraggio di sostenere, anche da soli se necessario, non ciò che è facile ma ciò che è giusto?

Check Also

0_LTM slide ufficiale

Laboratori Territoriali in MoVimento LAB#5

RICERCA E INNOVAZIONE AL CENTRO DEL LABORATORIO TERRITORIALE Giovedì 27 luglio si è svolto l’ultimo ...