Marcinelle, la miniera della morte

Esattamente 58 anni fa, la mattina dell’8 agosto 1956, nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, scoppiava un incendio di proporzioni gravissime. Ufficialmente la magistratura stabilì che era stato causato dalla combustione di olio ad alta pressione per colpa di una scintilla elettrica vicino al condotto dell’aria principale. Tutto il pozzo minerario si era riempito rapidamente di fumo. Le fiamme avevano invaso i cunicoli della miniera, cunicoli alti non più di 50 centimetri.

Quel giorno perirono tragicamente 262 operai su 275 presenti. La maggioranza di loro italiani, uomini partiti dalle proprie città natale per inseguire la speranza di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie.

Quei lavoratori erano giunti in Belgio grazie al cosiddetto protocollo di “l’uomo carbone”, firmato da Alcide De Gasperi il 23 giugno 1946, con il quale l’Italia aveva negoziato l’invio di 50.000 minatori dalla nostra penisola in cambio della fornitura annuale di una quantità di carbone, a prezzo preferenziale, compreso tra i due e i tre milioni di tonnellate.

Erano stati attirati da manifesti rosa affissi in tutta Italia che presentavano unicamente i vantaggi derivanti dal mestiere di minatore: salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato. Sembrava davvero una grande chance.

Invece, arrivati a Bruxelles, i nostri concittadini vennero divisi in gruppi secondo la destinazione nelle varie miniere e accompagnati a prendere possesso dei loro alloggi, chiamati cantines: baracche gelide d’inverno e caldissime d’estate. Le stesse baracche dove, solo pochi anni prima, erano stati rinchiusi i prigionieri della seconda guerra mondiale.

La mancanza di alloggi veri e propri, previsti tra l’altro dall’accordo italo-belga, rese impossibile per moltissimi minatori il ricongiungimento con la propria famiglia. E spesso, davanti alle case in affitto in città si potevano trovare in bella mostra cartelli con la scritta “ Interdit aux chiens et aux italiens” (traduz. vietato l’ingresso ai cani e gli italiani). Le condizioni di vita dei nostri minatori e i racconti che riportavano in patria erano così agghiaccianti che presto gli accordi furono sospesi. Ad ogni modo, a parte un periodo di flessione corrispondente agli anni ’49-’50, nel 1961 gli italiani rappresentavano il 44,2% della popolazione straniera in Belgio, raggiungendo le 200.000 unità.

Marcinelle fu solo il più eclatante dei tanti eventi drammatici nelle miniere belghe: 867 furono i minatori italiani morti per incidenti dal 1946 al 1963, ai quali bisogna aggiungere la lunga fila deceduta silenziosamente a causa della silicosi, riconosciuta solo nel 1964 come malattia professionale. Nel 1967 la miniera di Marcinelle fu chiusa definitivamente.

C´è stato un tempo in cui noi italiani eravamo emigranti poveri ma pieni di coraggio e forza di volontà. Con il duro lavoro e tanto sacrificio i nostri antenati hanno garantito la prosperità delle nazioni ospitanti e un futuro sicuro per i propri figli. Ho avuto modo di conoscere in questi due mesi a Bruxelles molti dei loro nipoti. Purtroppo oggi questo sembra essere, di nuovo, il nostro triste destino: a differenza di 60 anni fa partiamo con un diploma o una laurea in tasca ma con la stessa tristezza nel cuore dei nostri nonni e sempre per colpa di una classe politica che manifesta interesse solo per il risultato delle prossime elezioni, di certo non per il futuro delle prossime generazioni.

Oggi ricordiamo le sofferenze e la tragedia dei minatori di Marcinelle e delle loro famiglie. Abbiamo l´obbligo di lottare per un futuro migliore per la nostra nazione ogni giorno, affinché il loro sacrificio non sia stato vano. Non dimentichiamolo mai.

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