“La libertà è come l’aria”: la mia firma per l’appello del Fatto Quotidiano

“La libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”.

Mentre firmavo questo appello mi sono venute in mente queste parole, così semplici, profonde e attuali, che Piero Calamandrei pronunciò nel 1955 nel suo discorso agli studenti milanesi.
Vorrei che ogni italiano potesse trovare cinque minuti per rileggere quel discorso con attenzione, come ho fatto io questa sera. Perché oggi, ben più di allora, non si tratta di affrontare una crisi della politica ma piuttosto della nostra intera società civile. Una crisi culturale sistemica, né più né meno della crisi economica che sta annientando il nostro tessuto sociale. Perché la nostra Repubblica rischia di morire proprio per la stessa, atroce malattia che Calamandrei denunciava in quell’aula universitaria quasi 60 anni fa: l’indifferentismo.


Potremmo accettare in silenzio, come milioni di altri concittadini, che il Senato sia spezzato e riposto in un angolo del Parlamento come un ramo “secco”, che diventi niente più che un comodo parcheggio sorvegliato per Consiglieri Regionali a rischio di rinvio a giudizio (e in tal caso Renzi dovrà emendare la contro-riforma nuovamente, credo proprio che 95 posti siano insufficienti a salvarli tutti): al riparo dell’immunità i consiglieri-senatori potranno comodamente ignorare le proprie responsabilità e a confondere i propri doveri, finendo per svilire entrambi i ruoli per la manifesta impossibilità di ricoprirli, in modo serio e degno, contemporaneamente.


Potremmo ignorare l’art.1 della Costituzione, ovvero che l’esercizio del potere legislativo trova la sua unica legittimità nel “mandato” che il Parlamento riceve dal popolo sovrano, far finta di non sapere che il Senato continuerà a partecipare, seppur limitatamente, alla funzione legislativa ordinaria e manterrà intatto il suo ruolo nella revisione costituzionale ma senza essere eletto a suffragio universale, bensì nominato con una assurda cooptazione di casta.


Potremmo pensare, ancora, che l’accentramento di potere nelle mani del premier, gli ulteriori paletti posti al referendum e alle leggi di iniziativa popolare, il venir meno di adeguati contrappesi per l’elezione del Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale, preda ormai della dittatura di maggioranza che sarà completata con l’approvazione dell”Italicum (basti pensare alle liste bloccate scelte dai caporioni di partito insieme al pesante premio per la prima coalizione), siano tutto sommato il male minore.


Ma non lo sono. Ed è per questo che firmo con convinzione e ringrazio tutti coloro che cercano di far circolare l’informazione e di scuotere le coscienze. Io e molti miei colleghi lo raccontiamo nelle piazze della penisola, davanti a sguardi a volte attoniti, ma sempre più spesso spenti e disillusi. A coloro che hanno smesso di seguire la politica, schifati da 20 anni di degrado etico e civico, oppure educati al fatalismo di Stato, come molti della mia generazione e di quelle più giovani, dico che li capisco, ma non posso condividere la loro scelta: perché la politica continua e continuerà a occuparsi di noi. E se vogliamo che sia ancora democratica e che divenga compiutamente partecipata dobbiamo far vivere le parole della Costituzione con il nostro esempio, il nostro coraggio e la nostra caparbietà.
Dentro le sue pagine, come diceva Calamandrei, c’è il nostro passato: se ci sarà anche il nostro futuro, dipende solo da noi.

Fabio Massimo Castaldo
Cittadino portavoce M5S, deputato al Parlamento Europeo

 

P.s. il discorso di Piero Calamandrei del 1955

La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. È un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo. «La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?». Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegiare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda». Quello dice: «Che me ne importa? Unn’è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica.

È così bello, è così comodo! è vero? è così comodo! La libertà c’è, si vive in regime di libertà. C’è altre cose da fare che interessarsi alla politica! Eh, lo so anche io, ci sono… Il mondo è così bello vero? Ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi della politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perchè questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica…

Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica; rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo non è solo, non è solo che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell’Italia e del mondo. Ora io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane…
E quando io leggo nell’art. 2: «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale»; o quando leggo nell’art. 11: «L’Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie… ma questo è Mazzini! questa è la voce di Mazzini!
O quando io leggo nell’art. 8:«Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge», ma questo è Cavour!
O quando io leggo nell’art. 5: «La Repubblica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali», ma questo è Cattaneo!
O quando nell’art. 52 io leggo a proposito delle forze armate: «l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popoli, ma questo è Garibaldi!
E quando leggo nell’art. 27: «Non è ammessa la pena di morte», ma questo è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani…

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove fuorno impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.”

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