Libere ong in libero Stato (d’Israele)

Bayit Yehudi Member of Knesset, Ayelet Shaked, speaks during the State Cotrol Committee at the Knesset, discussing budgets for Israeli settlements, on November 10, 2014. Photo by Hadas Parush/Flash90

Sappiamo tutti che la Palestina è una terra tormentata, senz’altro tra le più tormentate del globo. Da decenni ormai le ragioni di due popoli si scontrano senza trovare una sintesi adeguata e senza che una soluzione credibile si profili all’orizzonte, sotto lo sguardo sempre più annoiato e indifferente di una comunità internazionale strattonata da troppi interessi e priva della volontà di assumere un ruolo all’altezza della situazione.

Sin da quando è cominciato il mio mandato al Parlamento Europeo, più volte ho avuto modo di esprimermi sul tema. Ho sempre ribadito la necessità del rilancio della soluzione a due Stati, l’unica realista ed equilibrata tenendo conto della situazione odierna, e denunciando lo scandalo delle situazioni di vita intollerabili nei campi profughi, i quali non possono non trasformarsi in veri e propri “serbatoi d’odio” che finiscono quindi per alimentare il terrorismo.
E oggi, dopo mesi di tensioni crescenti, al posto di poter salutare qualche piccolo e concreto progresso ci troviamo di fronte a quella che è stata ribattezzata la Terza Intifada – una rivolta che sale dai Territori occupati e che precipita ancora una volta il Paese in uno scenario di conflitto e di sangue.

In un simile clima di tensione giunge, con pessimo tempismo, la notizia di un progetto di legge dello Stato d’Israele che vuole imporre restrizioni alle organizzazioni umanitarie e ong che ricevono finanziamenti dall’estero. Il ministro della Giustizia, signora Ayelet Shaked, ha proposto pochi giorni fa la cosiddetta “Legge sulla trasparenza”. Alle organizzazioni non-governative e umanitarie che hanno il 50% o più dei loro fondi provenienti da finanziatori non israeliani, il governo Netanyahu chiederà quindi – sempre se il provvedimento sarà approvato alla Knesset – di pubblicare su tutti i documenti ufficiali, di dichiarare verbalmente negli incontri di lavoro e perfino di evidenziare con un badge da indossare durante le sedute del Parlamento israeliano, lista dei finanziatori ed entità delle somme ricevute.

Da cosa sono imposte le restrizioni richieste con la nuova legge? Per quale motivo le ong che operano in Israele dovranno d’ora in poi adempiere a doveri di trasparenza evidentemente non soddisfatti finora? Secondo la ministra Shaked questo è l’unico modo per fermare le “sfacciate ingerenza dei Paesi stranieri nella politica interna dello Stato d’Israele”. La ministra si riferisce a un caso specifico che ha urtato la sensibilità di alcuni, soprattutto tra i sostenitori del governo Netanyahu. Quello dell’influenza delle associazioni per i diritti umani nell’indagine dell’Onu sui 51 giorni di guerra a Gaza nel 2014. Le testimonianze di ong come B’tselem o Adalah Legal Centre for Arab Minority Group sono state centrali nel trarre la conclusione, poi inserita nel rapporto delle Nazioni Unite, che Israele potrebbe aver commesso crimini di guerra. Un’affermazione ritenuta ostile a Israele dalla ministra Shaked e dal governo di cui fa parte.

È davvero così? Mi viene subito in mente che Israele non è certo il solo Paese a imporre restrizioni alle ong solo perché ricevono fondi esteri. Accade infatti già in molte altre realtà come la Cina, l’India, la Russia, che negli ultimi anni hanno varato provvedimenti restrittivi per paura di ingerenze straniere, come anche in Cambogia, Bangladesh, Uganda e Angola. In molti di questi casi parlare di democrazie compiute e di garanzie per le minoranze etniche sarebbe a dir poco imbarazzante. Non credo che Israele debba aspirare a unirsi al club di queste nazioni. Credo invece che, da democrazia, qual è, dovrebbe piuttosto avere il coraggio di ammettere la critica senza temerla.
La mia convinzione si rafforza se penso a come il mondo delle associazioni umanitarie funziona. In contesti in cui le azioni politiche di chi governa possono migliorare, o al contrario peggiorare sensibilmente, la vita quotidiana delle minoranze – che solitamente sono più deboli – le risorse provenienti dall’estero, se gestite con trasparenza e buona fede, possono essere una garanzia di libertà e indipendenza, in quanto sottratte al controllo delle autorità e degli interessi locali. Peraltro, pensando alla notevole, a volte pesantissima influenza operata dalle organizzazioni lobbistiche pro-israeliane e sioniste in Europa e oltreatlantico, mi chiedo cosa penserebbero tali organizzazioni se tali norme venissero loro applicate a Washington, Bruxelles, Londra, Parigi o Roma. Personalmente fatico a credere che le accoglierebbero con un sorriso.

“In Israele, per poter essere realista devi credere nei miracoli”. Non lo diceva certo un nemico del Governo di Tel-Aviv, ma uno dei padri della nazione, David Ben-Gurion. Le restrizioni alle associazioni umanitarie, lì come altrove, non fanno bene alla democrazia perché comprimono una importante e vitale espressione della società civile. Affinché la ministra Shaked lo capisca, a noi basterà sperare nel “miracolo” del buonsenso che eviti ad Israele, alla Palestina e al mondo intero l’ennesimo sbaglio del governo Netanyahu.

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