Mentre l’Europa parla, la Siria brucia

A man carries a young girl who was injured in a reported barrel-bomb attack by government forces on June 3, 2014 in Kallaseh district in the northern city of Aleppo. Some 2,000 civilians, including more than 500 children, have been killed in regime air strikes on rebel-held areas of Aleppo since January, many of them in barrel bomb attacks. AFP PHOTO / BARAA AL-HALABI (Photo credit should read BARAA AL-HALABI/AFP/Getty Images)

Nella sanguinosa scacchiera che è diventata la Siria in questi anni, la conquista di Aleppo rappresenta lo scacco matto che può decidere la partita. E il punto di svolta, paradossalmente, potrebbe arrivare non certo a Ginevra, né tantomeno a New York, Damasco, Washington o Bruxelles, ma sorprendentemente ad Istanbul. Lì, infatti, si incontreranno il 10 ottobre Putin ed Erdogan, per mettere chiaramente sul tavolo le rispettive richieste e spartirsi le spoglie del paese.

Si scontreranno, da un lato, la necessità russa e iraniana di sostenere l’alleato di sempre Assad, per non perdere gli ultimi capisaldi nel Mediterraneo a favore di un potenziale governo filo-sunnita manovrato da Riad e occidentali: e Mosca, coerentemente con i suoi interessi, non sta lesinando il dispiegamento di un notevole supporto militare, dalle portaerei ai sistemi missilistici. Dall’altro, la volontà turca di spezzare la continuità territoriale dei curdi e, possibilmente, metterli sotto scacco con una No-fly zone, per impedire una tenaglia tra il Kurdistan siriano e quello iracheno.

Sullo sfondo l’ambiguità dell’azione statunitense, paralizzata dall’imminente cambio di inquilino alla Casa Bianca, incapace di controllare efficacemente le mosse e soprattutto le agende degli alleati del Golfo, così come di separare una volta per tutte i qaedisti dai ribelli di altra natura ma, soprattutto, di conciliare la sempre più incoerente e ridicola alleanza con i turchi con la promessa di sostegno ai curdi, veri protagonisti della guerra contro Daesh e le altre milizie di ispirazione salafita. Proprio quei valorosi curdi, come sempre usati e abbandonati dalle superpotenze impegnate nel “Grande Gioco” mediorientale.

La tregua e i tentativi falliti di coordinamento USA-Russia, mai veramente riconosciuti da chi combatte sul terreno, hanno ulteriormente spinto a un riavvicinamento strategico Ankara-Mosca, già in essere a seguito del tentato colpo di Stato. Gli interessi geoenergetici, commerciali e geopolitici sono molteplici e lì, probabilmente, nonostante un’ancora evidente reciproca diffidenza, si potrebbe decidere la bozza di accordo da negoziare poi con la nuova presidenza statunitense.

In tutto questo, tra attori protagonisti, burattinai, sponsor e comprimari, si nota sempre una vistosa assenza: la nostra come Unione. La Siria è il nostro vicinato: siamo stati i primi a subire le disastrose conseguenze della destabilizzazione voluta da altri, pagate in primis in termini di flussi di rifugiati. Siamo, ancora, i campioni degli aiuti umanitari e la nuova iniziativa d’emergenza lanciata dall’Alto Rappresentante e dal Commissario Stylianides lo dimostra. Ma tutte le grandi scelte di questo negoziato volano sopra le nostre teste. Restiamo un nano della politica estera e la colpa è tutta dell’allegra comitiva degli Stati membri, come sempre d’accordo solo sul fatto di non essere d’accordo e focalizzati sulle proprie agende, alleanze e interessi. L’immagine che diamo è di un meccanismo inceppato, debole, internamente dilaniato, perennemente in attesa di quel coraggio e quello slancio innovativo che, però, non arrivano mai.

Il conto di quest’assenza lo pagano anche 13,5 milioni di siriani che necessitano assistenza immediata, oltre 11 milioni di rifugiati tra esterni e interni, intere città rase al suolo. Oltre 400.000 morti. Un dramma umanitario senza fine.

Mentre l’Europa parla, la Siria brucia. E noi, invece di mediare e rilanciare con tutto il nostro peso il dialogo, stiamo a guardare chi se ne spartisce le ceneri.

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