venerdì , 28 luglio 2017

Le mani (e gli interessi) della Germania sull’esercito europeo

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È in atto una pericolosa corsa agli armamenti. Dopo l’accordo fra Stati Uniti e Arabia Saudita sulla vendita di 110 miliardi di euro di armi, l’Europa risponde istituendo un fondo europeo di difesa con una dotazione finanziaria messa a disposizione per acquisire anche armi e nuove tecnologie di difesa. L’obiettivo della Commissione europea è quello di arrivare a uno stanziamento di almeno 500 milioni di euro l’anno, ma già nel bilancio 2018 – che verrà votato in autunno – c’è un primo impegno finanziario di 40 milioni. Con la scusa di compensare importanti mancanze dell’industria europea (in primis il know-how sui droni), e nonostante l’importante esborso per le tasche dei contribuenti, i criteri e le condizioni di funzionamento di questo fondo rimangono sostanzialmente nel campo dell’ambiguità e dell’incertezza.

L’Europa accelera il riarmo e corre verso un futuro ignoto: chi deciderà quali saranno le aree di crisi su cui impiegare le forze militari? Chi stabilirà le regole di ingaggio e le finalità degli interventi? Chi svolgerà il controllo politico sulle scelte e sulle responsabilità di comandanti e generali? Il rischio è quello di mettere nelle mani tedesche il futuro esercito europeo, così come hanno fatto recentemente due Stati europei – la Repubblica Ceca e la Romania – che hanno accettato, sotto l’ombrello Nato, l’integrazione di parte delle loro forze armate con l’esercito della Germania. Non è un caso che a esultare su questi nuovi sviluppi ci sia l’europarlamentare estone Urmas Paet, un falco pronto a tutto pur di inasprire le relazioni con la Russia. Mentre l’attenzione degli USA si sposta verso il Pacifico, Angela Merkel prova quindi a riproporre la Germania come superpotenza militare.

APERTA LA STRADA ALLE GUERRE PER PROCURA
La Commissione Affari esteri del Parlamento europeo sta inoltre discutendo le modifiche al regolamento sullo “Strumento per la stabilità e la pace”. Anche qui, il gioco di parole è ambiguo e fraudolento. La Commissione europea ha proposto una dotazione di 100 milioni di euro per fornire training ed equipaggiamenti ad “attori militari” in “Paesi terzi”. L’Europa deve contribuire al mantenimento della pace nel mondo, non certo ad armare fazioni in perenne guerra tra loro! Diciamo no alla guerra per procura mascherata da intervento di pace, uno strumento che risponde a una logica imperialista e che ha sempre fallito in passato (e tutt’ora). Denunciamo inoltre che questi 100 milioni di euro provengono in parte dal taglio ai fondi alla cooperazione allo sviluppo. Tolgono ai cittadini dei paesi poveri per armarne gli eserciti. Questo è l’operato di una Unione europea che si fregia ancora del titolo di premio Nobel per la pace!

Inoltre, il rischio è quello di finanziare, attraverso il budget europeo, basi aeree, immagini satellitari, radar, equipaggiamento per la raccolta di informazioni, servizi di compagnie militari, training in tattiche di interrogatorio. E se la proposta della Commissione europea preoccupa, quella del relatore del Parlamento europeo è ben più allarmante. Il rapporto è stato assegnato a Arnaud Danjean, deputato francese del PPE, un passato da militare, attivo nel Ministero della difesa e degli Affari esteri francese. La sua posizione è chiara: vuole allargare ancora di più il campo di applicazione dello Strumento, eliminando, per esempio, la richiesta che esso venga usato solo in circostanze eccezionali e prevedendo che venga attivato prendendo in considerazione anche gli interessi dell’industria europea.

Il gruppo Efdd – MoVimento 5 Stelle darà battaglia al Parlamento europeo. L’Unione Europea non deve e non può finanziare direttamente attori militari, ripetendo i tragici errori del passato. Abbiamo presentato una serie di emendamenti che cercano di limitare radicalmente il campo di applicazione dello Strumento ancorandolo ai criteri dell’Organizzazione economica di cooperazione e sviluppo. In questo modo l’Unione Europea potrebbe finanziare progetti che realmente rispondono solo a esigenze di crescita economica delle popolazioni coinvolte. E non dei guadagni dell’industria bellica europea.

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