venerdì , 15 dicembre 2017

La pace si costruisce passo dopo passo scalando il muro dei pregiudizi

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I ragazzi intorno a me in questa splendida foto sono giovani israeliani e palestinesi, distintisi nella società civile, nella politica, nella cooperazione e nei media. Li ho invitati a Bruxelles in quanto parlamentare a capo dello Young Political Leaders Forum, un programma dello European Parliament di cui sono stato eletto referente (dai miei colleghi che si occupano di diritti umani) all’unanimità sin dalla sua creazione nel 2014.

Alcuni forum sono multilaterali, altri come quello Israele-Palestina sono bilaterali. L’anno scorso durante il primo incontro le tensioni furono palpabili. Dovevamo rompere insieme un muro fatto di anni di guerra, di sangue, di occupazione, di educazione all’odio reciproco. Dissi loro quello che abbiamo ribadito anche quest’anno: il peggiore nemico della pace è la rassegnazione allo status quo, all’idea che nulla possa cambiare.

Io non ero lì per fare il solito discorsetto Europeo, presuntuoso e lontano dalla realtà, finalizzato a vendere facili e impossibili proposte,  ma al contrario per ascoltare con umiltà e imparare dalle loro esperienze di vita, spesso dolorose, per costruire insieme a loro tra le varie soluzioni (Due Stati, uno Stato federale, ecc.) la migliore possibile, per creare quella cultura del dialogo che è la precondizione imprescindibile della Pace. A distanza di un anno alcuni dei ragazzi dell’anno scorso sono tornati e sono diventati amici tra loro, sono andati persino a conoscere le famiglie degli uni e degli altri.

I nuovi arrivati hanno trovato un clima ben diverso: superata la diffidenza e le recriminazioni, hanno trovato molti più punti di contatto e somiglianze di quante ne avrebbero mai potute pensare! Ho detto loro che il nostro sguardo di giovani deve guardare avanti, al futuro, e non può rimanere intrappolato nelle maglie costruite da chi ci ha preceduto, nelle vecchie logiche fondate sul rancore.

La cosa che ci accomuna tutti è la consapevolezza di non avere la verità in tasca, ma di voler lavorare alla soluzione con tutte le nostre forze. Mi hanno invitato gli uni e gli altri ad andarli a trovare, ho accettato con gioia e come sempre manterrò la promessa! Ma l’emozione più bella è stato il loro abbraccio finale di ringraziamento: sì, mi hanno confessato quanto fossero felici di essere venuti, perché a casa non riescono mai a parlare veramente e liberamente tra loro, ingabbiati dalla ferocia anche mediatica del conflitto. E qui, anche grazie a noi hanno trovato lo spazio e l’atmosfera giusta per farlo.

La pace si costruisce anche così, passo dopo passo, centimetro dopo centimetro. Scalando il muro dei pregiudizi, spesso ben più alto e ripido dei pur terribili muri reali.Questa è la politica estera in cui credo!

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