martedì , 16 gennaio 2018

La Medicina del Futuro 2017: Robotica e medicina digitale nell’era globale

 

Il 15 dicembre scorso sono intervenuto al convegno “Robotica e medicina digitale nell’era globale”, presso l’Istituto Superiore di Sanità, nel quale si è dibattuto di quanto, in un prossimo futuro, l’ingegneria robotica e dell’automazione influenzerà il campo della medicina e della chirurgia.

Tutti noi abbiamo, almeno una volta, ricevuto delle cure mediche. Tutti, noi abbiamo, almeno una volta, avuto a che fare con delle strutture ospedaliere e, più in generale, con un sistema sanitario, italiano o di un altro paese. Questo stesso sistema, negli anni, si è trasformato e modernizzato grazie all’innovazione tecnologica e alla ricerca degli studiosi. Questo stesso sistema oggi sta cambiando il suo volto tradizionale per dare spazio ad un nuovo tipo di sanità, la “sanità 4.0”, con servizi per la salute incentrati sul paziente e basati su alta digitalizzazione e automazione dei processi sanitari. Insomma, siamo di fronte ad un nuovo modello ospedaliero distribuito sul territorio, che sfrutta tutte le smart technologies emergenti, tra le quali annoveriamo anche la robotica avanzata. Ed è proprio su quest’ultimo tema che mi vorrei soffermare.

È già da un po’ di anni che l’intelligenza artificiale ha cominciato a prendere piede nella medicina europea e italiana. Una mano bionica, un bisturi cibernetico, un chirurgo robot non rappresentano più un futuro lontano, uno scenario di fantasia o una scena di un film ma una realtà vera e propria e, soprattutto, una realtà di casa nostra.
Ed è vero che in Italia la chirurgia è ormai nelle mani dei robot: si contano tra le 12.000 e 15.000 procedure di chirurgia robotica annue, di cui oltre 3.000 nella sola regione Toscana. Il nostro Paese si colloca così al secondo posto in Europa, dopo la Francia, mentre la leadership resta agli USA.
L’Italia, inoltre, dispone di 96 esemplari del conosciutissimo robot chirurgo Da Vinci, ideato nelle Silicon Valley e utilizzato nelle operazioni più delicate come, ad esempio, quelle ai polmoni o al cuore.
Ma quali sono i vantaggi reali nell’utilizzo di queste apparecchiature?
Come ben sapete, i benefici sono molti, sia per i medici che per i pazienti. L’utilizzo di questi robot permette effettivamente una maggiore precisione e sicurezza nell’intervento e una minore invasività e conseguente trauma fisico per la persona sottoposta all’operazione, soprattutto quando si tratta di interventi complessi come quelli a cuore aperto.
Ma se l’idea di un chirurgo robot ci spaventa e ci chiediamo che fine abbia fatto il “vecchio e caro dottore”, la soluzione a queste paure sta nel non permettere a questi robot di “sostituire” il nostro medico, ma di fare in modo che la macchina supporti il suo lavoro, diventando quasi un’estensione dell’uomo.
D’altronde, nessuno può sostituire la competenza e l’esperienza del nostro medico. E soprattutto, nessuno, al di fuori del nostro medico, può prendere decisioni che possono avere risvolti etici, morali, professionali, oltre che civili e penali.
Ma se nessuno può sostituire i nostri medici è anche vero che l’automazione di molti servizi sanitari e, più in generale, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, fa in modo che un solo medico sia in grado di gestire un numero più ampio di pazienti. Ad esempio, negli Usa sono già diventate realtà le “remote intensive care units”, dispositivi che consentono, a un solo medico, di monitorare fino a 150 pazienti tramite il web.Tutto questo ovviamente ci fa capire che il rischio della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale consiste in una possibile perdita di posti di lavoro e in un potenziale aumento delle disuguaglianze tra coloro che possono “permettersi” le cure migliori e all’avanguardia, e coloro che, invece, non dispongono di risorse sufficienti per questi trattamenti.

Per evitare che questo scenario tanto negativo quanto verosimile diventi in realtà, io e i miei colleghi delle varie commissioni parlamentari ci stiamo coraggiosamente battendo al Parlamento europeo.
La proposta di iniziativa legislativa sulle probabili implicazioni delle nuove generazioni di robot e intelligenze artificiali nel diritto civile europeo ha rappresentato una sfida e un’opportunità importante per noi. Ed è in quest’occasione che abbiamo sottolineato quanto sia fondamentale ridisegnare il rapporto tra “lavoro” e “guadagno” e quanto sia importante il cambio di paradigma dal lavoro al reddito.

Una soluzione sarebbe, quindi, introdurre un reddito minimo di cittadinanza in una fase iniziale, e in seguito un reddito totalmente disgiunto dal lavoro. Solo in questo modo si attutirebbero gli effetti negativi dell’automatizzazione.
Infine, ci siamo battuti affinché l’introduzione massiccia della robotica nel mondo del lavoro non sia utilizzata come pretesto per diminuire i diritti acquisiti dai lavoratori e abbiamo invitato la Commissione responsabile della proposta legislativa ad elaborare un’analisi dal punto di vista occupazionale delle sfide e delle opportunità strutturali correlate alla costante crescita tecnologica.
Questa è stata un’occasione importante nella quale ci siamo battuti per difendere i principi in cui crediamo, principi che ci impegniamo a proteggere anche nel prossimo futuro.

Vorrei citare un famoso scrittore americano, Elbert Green Hubbard, che giá nel 1850 parlava dell’ambiguo rapporto tra macchine e uomini: “Una macchina può fare il lavoro di cinquanta uomini ordinari, ma nessuna macchina può fare il lavoro di un uomo straordinario”. Non diventiamo strumenti dei nostri stessi strumenti. Restiamo padroni di noi stessi e difendiamo la nostra umanità, la nostra unicità.

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