mercoledì , 22 novembre 2017

Kenya 2017: l’alba o il tramonto di un sogno democratico?

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È un momento storico per il Kenya e, in generale, per la democrazia nel continente africano.

È il primo settembre quando quattro giudici sui sei delle Corte Suprema keniota adottano, per la prima volta nella storia dell’Africa, una sentenza che annulla i risultati farlocchi delle elezioni presidenziali e, di conseguenza, la vittoria di Uhuru Kenyatta, leader del partito conservatore Jubilee, contro il rivale storico Raila Odinga, a capo della National Super Alliance (NaSa), dando, cosi, un segnale forte dell’indipendenza del potere giudiziario da quello esecutivo

Le elezioni, vinte da Kenyatta con il 54,31% dei suffragi, sono giudicate irregolari a causa di un insolito attacco informatico che ha bloccato il sistema di trasmissione dei moduli elettorali, moduli importanti perché certificano i risultati delle elezioni stesse. Tale sistema permette, normalmente, di fare un controllo incrociato tra i moduli stessi e i voti che successivamente vengono pubblicati online. Questo controllo non è avvenuto perché la Commissione elettorale ha trasmesso solo i risultati e non i moduli ai centri di calcolo. Ancora più grave è che la Commissione abbia pubblicato dei dati non corrispondenti alla conta finale dei voti.

Ma non finisce qui. All’attacco degli hackers si aggiungono due eventi inquietanti: la tortura e l’uccisione, qualche giorno prima del voto, del capo del servizio informatico elettorale – personaggio che godeva la fiducia di Odinga – e, soprattutto, la scoperta effettuata dalla società di auditing KPMG che un milione di votanti, registrati nelle liste, sono, in realtà, persone morte da tempo.

Alla luce di queste irregolarità si colloca la sentenza della Corte Suprema. Sentenza che giunge inaspettatamente mentre (quasi) tutti, a partire da americani ed europei (anche l’Alto Rappresentante dell’UE), fanno frettolose e improvvide congratulazioni al neo-eletto Presidente, elogiando queste elezioni per la loro “correttezza e trasparenza”. Le ultime parole famose, verrebbe ironicamente da dire.

Ma questi elogi non ci devono sorprendere. D’altronde, il figlio del leader della lotta contro il colonialismo inglese, Jomo Kenyatta, è paradossalmente visto come protettore degli interessi delle grandi corporations e partner fondamentale degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo e per la stabilizzazione dell’Africa orientale nei suoi molteplici focolai di crisi, dalla Somalia all’Etiopia fino al Sud Sudan. Considerate tali ragioni strategiche, l’amministrazione Trump ha messo ben volentieri a disposizione del governo la considerevole somma di 24 milioni di dollari per modernizzare il sistema elettorale e ha fatto sì che Kenyatta assumesse la società Cambridge Analytica (la stessa del leave della Brexit) per monitorare le tendenze elettorali, sperando in una facile vittoria del leader conservatore.

Poco importa che il figlio di Jomo sia anche lo stesso uomo che è stato accusato, di fronte alla Corte penale internazionale dell’ONU, per crimini contro l’umanità risalenti al periodo tra il 2007 e il 2008. Periodo in cui il Paese, a seguito delle elezioni presidenziali, precipitò in un mare di sangue, gettando almeno 1,200 persone in braccio alla morte e originando un flusso di 600,000 sfollati interni. Ma quel che è peggio è che queste violenze, oltre ad aver dilaniato il paese in quegli anni, rischiano oggi di ripetersi. Trentotto sono già i morti negli scontri di piazza con la polizia e altre violenze stanno esplodendo in questi giorni per le strade di Kisumu, roccaforte di Odinga nella zona ovest del paese.

Il Kenya rischia oggi di sprofondare nel caos di una guerra etnica, per non dire proprio “dinastica”, soprattutto ora che Odinga ha annunciato di non voler presentarsi alla ripetizione delle elezioni annullate, quindi, di boicottarle. Elezioni che, a norma di legge, dovrebbero tenersi entro 60 giorni dalla sentenza e che sono state, quindi, fissate per il 26 ottobre. Il rifiuto deriverebbe principalmente dal fatto che le sue richieste di ottenere le dimissioni della Commissione Elettorale in toto e di incriminare i suoi componenti non sono state accolte dalla Corte Suprema. A ciò si aggiunge il fatto che sempre la Commissione ha deciso che tutti gli otto candidati avranno la facoltà di ripresentarsi alle nuove elezioni presidenziali. E ciò aumenta, di fatto, le chances di vittoria per il leader dei conservatori, visto che gli altri sfidanti, tolto il principale leader dell’opposizione, non hanno nemmeno raggiunto l’1% alle prime elezioni di agosto e, probabilmente, avrebbero potuto convergere proprio su Odinga.

Se quindi la sentenza ha un’importanza capitale per il futuro della democrazia in Africa, il ritiro di Odinga rischierebbe non solo di regalare la vittoria a Kenyatta ma di sconfessare il valore politico delle elezioni stesse, che perderebbero di rappresentatività effettiva del panorama politico del Paese, spostando lo scontro fuori dal dibattito politico stesso e aumentando il rischio di violenze e disordini.

Rendere queste elezioni una passerella plebiscitaria per Kenyatta significherebbe schiacciare l’intero Paese sulla narrativa della “pacificazione” e del nazionalismo, avanzata dal partito Jubilee sin dal 2013, rispetto alle crescenti istanze e alla sete di giustizia. Una giustizia invocata a gran voce in nome delle vittime di ieri, ormai dimenticate, e per quelle di oggi, uccise dalla polizia durante gli scontri di piazza.

Permettere che venga chiuso questo spiraglio di democrazia che, a poco a poco, si intravede emergere in un Paese tanto fondamentale dal punto di vista demografico e geopolitico per gli equilibri dell’intera Africa orientale, quanto dilaniato dall’oscurantismo jihadista e dalla povertà estrema (il 60% dei kenioti vive con due dollari al giorno) significherebbe alimentare quel senso di esclusione, disperazione e rabbia di cui si nutre la propaganda jihadista stessa per reclutare nuovi giovani adepti, figli di generazioni a cui è stata negata persino la speranza. Un tragico errore di cui noi, come primi partner e vicini del continente africano, pagheremmo le amare conseguenze. E che non possiamo proprio permetterci, oggi meno che mai.

 

 

 

 

 

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