Isis, un modello di fanatismo

Chi potrebbe mai dimenticare Steven Sotloff, James Foley e David Haines, i tre giornalisti decapitati pubblicamente dall’Isis, diventati pedine di un gioco feroce? Il gruppo che ha proclamato la rinascita del Califfato, ci minaccia ogni giorno lasciando dietro a ogni suo passo sangue e grida di orrore. L’Isis negli ultimi mesi è riuscito conquistare quasi un terzo dell’Iraq, arrivando a meno di 100 km da Baghdad e controlla una zona che si estende fino alla Siria che gli permette di alimentarsi economicamente e crescere il loro “Stato”. La sua violenza è tale che anche la stessa Al Quaeda ne ha preso le distanze. Nel 2013, durante la guerra siriana, Al-Zawahiri aveva sollecitato l’ISIS ripetutamente per restare fuori dalla guerra, al rifiuto del leader Al-Baghdadi, il gruppo venne espulso da Al Quaeda.

Dall’inizio dell’anno ha barbaramente ucciso e mutilato oltre 700 bambini. E ha fatto delle donne delle minoranze schiave del sesso e merce di scambio. È ancora una volta una guerra per la conquista di un territorio e per l’affermazione del proprio credo religioso.
Chi pensa però che questa volta si possa trovare una soluzione, ipocrita quanto sanguinosa, con massicci bombardamenti e l’appoggio a fazioni locali, si sbaglia.
Non basterà l’esercito iracheno, corrotto e ormai noto per le fughe di armi e di veicoli.
Non basteranno nemmeno i curdi iracheni, se non si avrà il coraggio di riconoscere che la questione del Kurdistan, di tutto il Kurdistan, chiede di avere, finalmente, una soluzione.
Solo le Nazioni Unite, pur nei loro limiti, hanno l’autorevolezza e l’imparzialità per intervenire creando corridoi umanitari e impedendo altri massacri. E noi dobbiamo iniziare ad accettare che si ridiscutano nuovi confini stabili nel Medio Oriente, permettendo ai suoi popoli di autodeterminarsi liberamente. Vogliamo agire come Europa o lasciare al singolo Stato di avanzare i suoi interessi e prendere decisioni unilaterali?

Oggi sul web è stato rilasciato dall’Isis un video nel quale il giornalista britannico John Cantlie, rapito nel novembre 2012 dallo Stato islamico, fa delle considerazioni sull’inopportunità di una guerra contro l’Isis, perché avrebbe gli stessi effetti indesiderati del conflitto in Afghanistan e in Iraq. Inoltre, rileva il disinteresse del Regno Unito e degli Stati Uniti a trattare con il gruppo terrorista sul rilascio dei prigionieri. Quanti ostaggi dovranno morire ancora per questa guerra davanti ai nostri occhi? Ora, come ho detto ieri in plenaria a Strasburgo, combattere questa battaglia non potrebbe portarci niente di positivo anzi non solo devasterebbe il territorio e i civili ma animerebbe ancora di più gli estremisti. Sarebbe più opportuno un intervento dell’Onu per creare corridoi umanitari e mantenere la pace con l’intervento delle forze di peacekeeping.

Non dimentichiamoci che Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due cooperanti italiane rapite in Siria il 31 luglio scorso, sono ancora lì e potrebbero finire insieme ad altri ostaggi in mano ai terroristi dell’Isis. Il mio pensiero va a tutte le famiglie delle persone rapite in quella terra. Mi auguro che presto i nostri italiani possano ritornare a casa e che tutti i giornalisti che ci hanno raccontato questo conflitto, siano rilasciati e possano continuare a fare il loro mestiere.

Ecco il mio intervento in Commissione Affari Esteri:

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