Il caos libico, il fruscio dei petroldollari e i deboli ruggiti di Léon

One of the members of the military protecting a demonstration against candidates for a national unity government proposed by U.N. envoy for Libya Bernardino Leon, is pictured in Benghazi, Libya October 23, 2015. REUTERS/Esam Omran Al-Fetori TPX IMAGES OF THE DAY - RTS5V4X

A distanza di qualche mese dall’ultima volta, torno a parlare dell’intricatissima situazione in Libia. Tema che, ovviamente, non può non essere costantemente nei miei pensieri, come europeo e, ancor di più, come italiano, anche pensando al dramma della crisi migratoria (di cui l’Europa continua ad essere colpevole spettatrice più che responsabile attrice).

Nella prima occasione in cui ebbi modo di affrontare questa gravissima crisi in un discorso al Parlamento Europeo, non esitai a definirla un vero e proprio “vaso di Pandora, dal quale sgorgano sangue, petrolio e lacrime di disperazione”. Parole che continuano ad essere valide anche oggi: a distanza di quattro anni dall’improvvido intervento militare che sancì la caduta di Gheddafi (passato nell’arco di poche ore, con la più classica e ipocrita delle giravolte politiche, dall’essere “corteggiato” da molti paesi europei – Francia, Italia e Gran Bretagna in testa – a essere nuovamente etichettato e condannato come crudele dittatore e nemico dei diritti umani), l’incapacità di catalizzare e sostenere un progetto politico concreto e inclusivo in un paese lacerato dalle storiche divisioni regionali (Tripolitania-Cirenaica-Fezzan) e tribali da parte dell’Occidente guerrafondaio si fa sempre più gravida di conseguenze.

In estrema sintesi, posso ribadire che la partita per il controllo degli ingenti giacimenti di idrocarburi e della Banca centrale tra le due principali fazioni, espresse dai due governi rivali, quello di Tobruk e quello di Tripoli, resta sempre apertissima. Essi stessi sono, in realtà, poco più che simboli di un coacervo di vari gruppi armati, veri padroni del territorio. Senza dimenticare l’inquietante presenza di Daesh in varie parti dello stesso, e l’incredibile porosità delle migliaia di chilometri di frontiera, attraverso le quali passa ogni tipo di traffico illecito.

Il delicatissimo compito di trovare una soluzione al caos libico attraverso la formazione di un governo di unità nazionale era stato posto nelle mani dell’inviato speciale dell’Onu, lo spagnolo Bernardino Léon, che in questi giorni conclude il suo mandato per lasciare spazio al diplomatico tedesco Martin Kobler.

Su Léon, tuttavia, oltre alle critiche per la sua malsana abitudine di sbandierare con roboanti proclami l’agognato raggiungimento di una soluzione che è ben lungi dal venire, pesa ora un’accusa gravissima che non può essere taciuta: quella di un conflitto d’interesse nella gestione del suo mandato. Secondo quanto ha rivelato un’inchiesta giornalistica del Guardian, infatti, l’inviato dell’Onu in Libia è stato assunto come direttore generale dell’Accademia diplomatica dell’Emirati Arabi – uno Stato che sostiene apertamente Tobruk, una delle due parti in causa rispetto alle quali lo stesso Léon era incaricato di mediare con la massima imparzialità.

L’accordo non raggiunto tra i governi rivali di Tobruk e Tripoli (peraltro già macchiato dalla pecca di non considerare le tribù e le etnie del sud del Paese) ha risentito del conflitto di interessi dell’inviato Onu? È l’ipotesi che mi sento di appoggiare, alla luce delle rivelazioni e delle stesse ammissioni di Léon. Sia chiaro, il compito affidato a lui come al suo successore era tale da far “tremare le vene e i polsi”. Dalla caduta del regime, la Libia è precipitata in quella che viene definita una proxy war, una guerra per procura. Le petromonarchie del Golfo, Qatar da un lato, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dall’altro, si combattono ferocemente sul terreno libico, il primo appoggiando il governo filo-islamista di Tripoli con la benevolenza della Turchia e del Sudan, i secondi avversandolo e sostenendo Tobruk con l’ulteriore interessato supporto del governo egiziano del generale Al Sisi. Senza contare le mutevoli manovre dietro le quinte di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Italia. Negoziando per vari mesi prima di lasciare la sua missione internazionale per un incarico di prestigio negli Emirati, avrebbe potuto Léon rimanere veramente equidistante? No, credo proprio di no.

Come la storia del nostro Paese tristemente ci insegna, l’interesse privato ed egoista del singolo finisce spesso per prevalere su quello collettivo. E le conseguenze dello scandalo sono, in questo caso, così dirompenti da spingermi a pormi un’ulteriore domanda, di portata più generale: che credibilità può avere il ruolo del mediatore Onu dopo uno scandalo di questa portata? Non parlo solo di chi va via, ma anche di chi arriva in questi giorni. Kobler vanta senz’altro un curriculum di tutto rispetto, avendo già ricoperto ruoli diplomatici in aree delicate: ha guidato la missione di peacekeeping Onu in Repubblica Democratica del Congo, è stato inviato speciale in Iraq e vice-rappresentante della missione in Afghanistan sempre per le Nazioni Unite. Ma la sua missione appare ora veramente in salita: sulla sua imparzialità, oltre che sulla competenza, “si parrà la sua nobilitate”.

Quel che è assolutamente certo, è che finché i governi di Tobruk e Tripoli saranno sponsorizzati da potenze straniere, come è avvenuto fino ad oggi, la guerra sarà ben lungi dalla conclusione: soldi e armi alimentano inesorabilmente l’ambizione di una vittoria assoluta sul campo da ambo le parti, vanificando gli sforzi di chi vorrebbe veramente riportarle al tavolo negoziale. Perfino alcuni interventi dell’Ue, come la missione Eunavfor Med da poco lanciata per contrastare gli scafisti e il traffico di uomini, potrebbero rivelarsi controproducenti, rischiando di provocare incidenti diplomatici e fomentando la propagandata dai jihadisti contro la nuova invasione dei “crociati”. Le stesse recenti tensioni con l’Italia – le accuse da parte di alcuni settori del governo di Tobruk, probabilmente facenti capo al generale Haftar, di aver sconfinato in mare territoriale con due navi solo pochi giorni fa – segnalano che il caos libico è purtroppo ancora lontano dal poter essere composto.

Sul fatto che sia necessario fare di tutto per giungere ad un governo di transizione, non c’è alcun dubbio. Ma tra le sabbie del deserto libico si annidano ancora troppi interessi. E quello (privato) di Léon era proprio l’ultima cosa che ci voleva.

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