Genocidio armeno: conoscere per riconoscere ed essere coscienti

Genocidio. Cento anni fa questa parola non esisteva neanche. Fu coniata da Raphael Lemkin solamente nel 1944. Per questo motivo il popolo armeno scolpì nelle parole Medz Yeghern, “grande male”, il dolore della sua tragedia.
Poco importa se furono ottocentomila o più di un milione le vittime. Poco importa se furono più i morti per il freddo, la fame e le malattie rispetto alle torture, agli stupri e alle uccisioni. Poco importa la sterile lotta dei numeri e delle giustificazioni.
Perché cosa può essere più odioso e intollerabile della persecuzione dell’altro solo perché altro da sé? Questo, colleghi, è il maggior orrore del Genocidio. Di ogni genocidio.

Ma oggi non siamo qui per giudicare. Questa risoluzione non è un atto di condanna: è un doveroso tributo al ricordo. E un umile invito alla riconciliazione. Con gli altri e con sé stessi.
Accettare gli errori del passato è per un popolo un grande sollievo: lo sanno bene i nostri, che non riuscirono a impedire né gli orrori della dittatura né quelli del colonialismo. Lo sa bene il mio, che si macchiò di entrambi.

Proprio queste ferite ci rendono amici veri e sinceri dell’Armenia e della Turchia. Per questo chiediamo loro di ratificare i protocolli di Zurigo: il verbo dell’odio e della vendetta non si può più coniugare, neanche al passato. L’orizzonte del futuro è fatto di riconciliazione, collaborazione e convivenza pacifica.
Conoscere per riconoscere ed essere coscienti.

Primo Levi scrisse che l’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria. Ecco, noi oggi chiediamo agli armeni, ai turchi e a tutti i popoli del mondo di mettere un segnalibro anche questa pagina. E di non toglierlo. Mai più.

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