Luci e ombre sul Niger: nel Sahel si gioca il futuro dell’Africa (e dell’Europa)

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La “porta verso l’inferno”. È stata ribattezzata così Agadez, cittadina tuareg del film “Il tè nel deserto” e secolare snodo dei traffici commerciali trans-sahariani del Niger. Oggi questo piccolo centro è diventato teatro di un altro film, dai risvolti macabri e raccapriccianti. Un film tragico che ha per protagonisti migliaia di migranti disperati, in fuga dall’Africa Occidentale, Centrale e persino dal Corno d’Africa, in direzione Libia e Algeria. Per approdare, infine, in Europa. La fiorente meta turistica degli anni ’80, un tempo tappa della gara di rally Parigi-Dakar, si è oggi trasformata in un importante crocevia di traffici illeciti non solo di merci: anche e soprattutto di esseri umani. Basti pensare che da febbraio a novembre del 2016 sono passati da Agadez circa 300.000 migranti (Organizzazione Internazionale per la Migrazione) e, nei primi quattro mesi del 2017 il numero, seppur diminuendo, è rimasto elevato, aggirandosi intorno ai 20.000.

Quei migranti che dalla Libia attraversano il canale di Sicilia su barconi di fortuna diretti verso le nostre coste sono, quindi, quegli stessi migranti che vengono stipati e trasportati in camion stracolmi di merci per un tragitto lungo 800 chilometri, distanza che separa Agadez dalla frontiera libica. Un viaggio che può durare mesi, in condizioni igienico-sanitarie disumane, esponendo queste persone a violenze di ogni tipo. Anche sessuale, specialmente se si tratta di donne.  Un tragitto attraverso un deserto aspro e rovente, quello del Sahara, nel mezzo del quale molti migranti vengono persino abbandonati senza cibo né acqua. Per farsi un’idea, dall’aprile scorso l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione (IOM) ha soccorso almeno 1.000 migranti, “scaricati” come rifiuti nella zona nord del deserto del Niger. Questo stesso deserto sta diventando oggi un altro orribile fossato di morti dopo quello del Mar Mediterraneo.

Eppure, sotto la sabbia rossa del Niger non si nascondono solo morte e disperazione. Vi è anche altro. Qualcosa che, da sempre, fa gola a vecchi colonizzatori e a “nuovi investitori”. Quel metallo bianco-argenteo, fondamentale per l’energia nucleare e le armi atomiche e, per questo, tanto prezioso per le vecchie e nuove potenze mondiali. Sto parlando dell’uranio. Il Niger ne è ricchissimo (circa 405.000 tonnellate di uranio si trovano nel sottosuolo nigerino) e ne è fornitore per il 7.5% del totale a livello mondiale. Ma come avviene in molti paesi dell’Africa, ricchissimi e, allo stesso tempo, poverissimi, a beneficiarne non è il popolo nigerino (solo il 5% dell’uranio contribuisce al PIL nazionale) ma i giganti delle multinazionali, con un intreccio di interessi privati commisti a quelli pubblici di alcuni Paesi. Mi riferisco, in particolare, alla Cina di Xi-Jinping. La presenza cinese è diventata dominante nel continente africano, superando, di gran lunga, quella francese e tedesca. Le importazioni cinesi ammontano oggi al 22,6 % di importazioni rispetto al 14,6 % della Francia, e i cinesi sono i secondi partner commerciali del commerciali del Niger (con un volume di scambi di 280 milioni di euro nel 2014, un aumento del 59, 38 per cento rispetto al 2013).

Ma la Cina non è la sola potenza in campo.  A contendersi le risorse del Niger vi sono anche gli immancabili Stati europei, ufficialmente presenti sul territorio per combattere il terrorismo e gestire il traffico dei migranti.

La Francia, come se non volesse rinunciare al suo ruolo di potenza colonizzatrice, continua a comprare uranio a prezzi molto vantaggiosi, noncurante del fatto che il suo guadagno costituisca un peso opprimente sulle spalle del popolo nigerino. Il Niger è noto per essere uno dei Paesi dell’Africa Occidentale più colpiti da estrema povertà e diseguaglianza (il 60% dei nigerini vive con meno di un dollaro al giorno e il Niger si trova all’ultimo posto nell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite). Il trattamento di favore verso la V Repubblica, sorta dalle ceneri della guerra d’Algeria, deriva dal fatto che Parigi è l’azionista principale (80%) della corporation Areva, il gigante francese che sfrutta da più di quarant’anni le risorse del paese, arrecando gravi danni all’ambiente e alla salute dei lavoratori e ostacolandone, così, lo sviluppo socio-economico.

Ma se da un lato Parigi accoglie a braccia aperte grossi quantitativi di uranio per alimentare a buon prezzo le proprie centrali, dall’altro erge muri invalicabili contro i figli del suo stesso sfruttamento neocoloniale.  Basta vedere quanto dichiarato da Macron, già l’estate scorsa, al summit di Trieste. La Francia non vuole assolutamente i cosiddetti ‘migranti economici’, come se si trattasse di una categoria di serie B rispetto a quella ‘legittima’ dei rifugiati.  Così quel che accade è paradossale: i soldati francesi, presenti in Niger come in altri territori del Sahel, (la Francia è presente in tutta l’area in funzione anti-terroristica con l’operazione Barkhane dal 2014 e dal 2013 in Mali) si limitano a salutare quegli stessi migranti che poi si imbarcheranno verso l’Europa. O meglio, verso l’Italia, sempre più relegata ad essere il campo profughi del continente.

In un contesto simile, il nostro governo ha dichiarato di non voler rimanere a guardare. Ha deciso quindi di inviare una missione di 470 militari in Niger per combattere il traffico di esseri umani e evitare che i migranti giungano in massa sulle coste italiane.  

La cooperazione bilaterale dell’Italia con il Niger e gli altri Paesi Africani è certamente importantissima. Ma forse se vogliamo veramente contribuire a una strategia sulle cause profonde più che inviare poche forze militari a sorvegliare una frontiera immensa, dovremmo, invece, condividere le forze di polizia per addestrare quelle locali e smantellare così le reti dei trafficanti e i loro referenti nelle forze dell’ordine. Così facendo contribuiremmo anche alla lotta contro la corruzione e al rafforzamento dell’intelligence del Paese.

Ma questo non basterebbe a risolvere il problema. Bisognerebbe investire di più nella cooperazione allo sviluppo e negli aiuti che, a nostro avviso, andrebbero erogati a rate per assicurarsi che vengano spesi correttamente e a beneficio della popolazione. Dovremmo, quindi, iniziare a controllare seriamente l’azione e il comportamento delle nostre multinazionali e assicurare che queste contribuiscano allo sviluppo del Paese, non al suo impoverimento. La Francia, in particolare, deve decidere se far sì che le sue aziende siano parte del problema o della soluzione. Infine, dovremmo imparare ad interloquire non solo con il governo ma sempre piú direttamente più con la popolazione locale. Solo così acquisiremo una vera consapevolezza dei problemi reali e potremmo contrastare l’azione cinese, rilanciando il nostro ruolo di promotore dei diritti umani.

Su questo punto mi sembra rilevante fare riferimento alla mia esperienza nel programma ‘Giovani Leader Politici’ (Young Political Leaders Programme). Un’esperienza che mi ha aiutato tanto nel comprendere le dinamiche della migrazione e l’importanza della cooperazione bilaterale con i paesi dell’Africa. L’anno scorso sono stato ad Abidjan, per partecipare al quarto summit Europa-Africa sulla gioventù e in quell’occasione ho avuto modo di confrontarmi con ragazze e ragazzi africani, alcuni dei quali della mia età o anche più giovani.  Grazie a questa esperienza, la mia visione sulla migrazione è diventata più chiara e netta e ho capito quanto sia importante puntare sui giovani e il rafforzamento delle loro competenze attraverso dei programmi di mobilità circolare. Una mobilità che non deve portare a un fuga dei talenti o a un depauperamento del territorio, ma a una mobilità circolare che punti a un ritorno consapevole alla propria terra di origine, con formazione ed esperienza, in modo da portare un arricchimento culturale al proprio popolo. Ho capito che è solo attraverso dei progetti rispettosi dell’ambiente, delle comunità locali e a sostegno delle piccole e medie imprese che si può far partire un modello di sviluppo che sia sostenibile e adeguato all’Africa. Uno sviluppo che sia voluto dagli Africani stessi. Senza essere, come spesso accade, imposto dall’alto o, peggio ancora, dall’esterno.

Un futuro di questo tipo non è solo possibile ma è anche realizzabile nel concreto. Basta credere in una politica più avveduta e non arrendersi. È solo così che quella realtà che, a volte, ci appare predeterminata da due o tre potenze, è invece plasmabile grazie alle armi più forti che abbiamo, persino del denaro: i giovani e la cultura.

 

 

 

 

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