Fiscal Compact & Pareggio: #WelfareStaiSereno

Il “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione Economica e Monetaria”, meglio conosciuto come Fiscal Compact, è un trattato internazionale firmato il 2 marzo 2012 da 25 Capi di Stato e di Governo degli allora 27 membri dell’UE. È interessante precisare che, in quanto tale, questo trattato non fa parte del diritto dell’Unione Europea (tanto è vero che Gran Bretagna e Repubblica Ceca si sono rifiutate di firmarlo), come spiega molto bene il Prof. Becchi in un articolo recentemente apparso sul Fatto Quotidiano nel quale sottolinea inoltre, a mio avviso giustamente, che tale scelta non è stata affatto casuale, anzi tutt’altro. Scegliendo la via del trattato internazionale sono state scavalcate tutte le garanzie previste dal Trattato di Lisbona per la revisione dei Trattati dell’Unione, non ultimo il coinvolgimento del Parlamento Europeo e dei Parlamenti nazionali, unici interpreti della volontà popolare. È entrato in vigore il 01 gennaio 2013, ma solo dal 01 gennaio 2015 sarà pienamente operativo in ogni suo aspetto.

Stabilità, coordinamento… mai titolo fu più lontano dal contenuto di un testo: si tratta infatti di un colossale inganno. Con la giustificazione della stabilità impone agli Stati firmatari vincoli pesantissimi, specie per i paesi attualmente in difficoltà. In particolare: il vincolo di un debito pubblico non superiore al 60% del PIL con l’obbligo per i Paesi che ne hanno uno superiore di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità; l’obbligo di mantenere un deficit pubblico annuale non superiore al 3% del PIL (già imposto da Maastricht, ma ora in caso di sforamento sono previste sanzioni quasi automatiche); l’introduzione della “regola aurea” del pareggio di bilancio strutturale con un deficit strutturale annuale non superiore allo 0.5% del PIL (il pareggio di bilancio è stato tra l’altro inserito nella nostra Costituzione con la modifica dell’art. 81 avvenuta nel 2012 sotto il Governo Monti).

A differenza dei precedenti vincoli di Maastricht ora si parla di deficit strutturale e non nominale, cioè del deficit che un paese continuerebbe ad avere se la sua economia operasse al massimo potenziale (il tutto calcolato secondo le stime, opinabili, della Commissione Europea). Senza scendere eccessivamente nei dettagli tecnici, ciò comporta che il Fiscal Compact supera nettamente il famoso vincolo del 3% nel rapporto deficit / PIL imposto dal trattato di Maastricht. Quel 3% di cui parlano Renzi e tutti i politici italiani è roba vecchia!

La domanda successiva che dobbiamo porci, visto l’attuale importo del nostro debito, è: quanto costa ridurre il debito di un ventesimo l’anno per portare il rapporto debito / PIL italiano dal valore attuale per portarlo al 60 % in un ventennio come previsto dal Fiscal Compact?

Alcuni hanno criticato il MoVimento 5 Stelle per aver dichiarato che, a fronte di un PIL in crescita secondo quanto stimato, il Fiscal Compact potrebbe arrivare a costarci 50 miliardi di € l’anno per vent’anni.

Secondo un articolo de “Il Fatto Quotidiano” a firma di Stefano Feltri la nostra sarebbe una paura infondata. Nell’articolo si sostiene che: “[…] l’Italia sarà a posto senza bisogno di alcuna manovra se si rispettano i numeri che hanno stimato l’Istat e la Banca d’Italia: una crescita reale del Pil dello 0,6 nel 2014 e dell’1,2 per cento nel 2015 sarebbe sufficiente, tenendo ferme le altre variabili purché non salga troppo il debito pubblico”. L’articolo termina con un auspicio: “[…] incrociando le dita, se le previsioni di crescita vengono rispettate, se il debito non sale troppo e se non arriva la deflazione, la gabbia del rigore europeo ci costa circa 5 miliardi all’anno”.

Secondo il giornalista quindi, il Fiscal Compact potrebbe costare solo 5 miliardi all’anno:
SE il PIL cresce nel 2014 e nel 2015 come stimato da Istat e Banca d’Italia (quante volte negli ultimi anni queste stime sono state riviste al ribasso? Quante luci alla fine del tunnel sono state annunciate e poi smentite?);
SE il debito in valore assoluto non cresce né nel 2014 né nel 2015 (come invece sta accadendo).
SE non entriamo in deflazione (rischio concreto denunciato da più parti).

Purtroppo i dati della Banca d’Italia parlano chiaro. A dicembre 2013 si registrava un debito pubblico pari a 2.067,49 miliardi, a fine gennaio 2014 a 2.089,7 miliardi di euro, a febbraio 2014 il debito ha toccato il nuovo massimo storico di 2.107,2 miliardi. Un aumento del debito pubblico di 17,5 miliardi di euro in un solo mese. Inoltre il Fondo Monetario Internazionale (FMI) stima il rapporto debito / PIL italiano in crescita anche per il 2014. Se ciò è vero, tutte le stime fatte finora sul costo del Fiscal Compact risulteranno soltanto riduttive.

Non a caso il calcolo effettuato sul suo blog dal Prof. Alberto Bagnai, partendo proprio dalle stime del FMI (debito a 2119.3 miliardi di euro con un Pil a 1591.9 miliardi di euro) e considerando che il rapporto debito/Pil sarebbe di 133.1%, cioè 73.1 punti sopra al 60%, fa comprendere molto chiaramente che la riduzione di un ventesimo del rapporto fra debito e Pil fra 2014 e 2015 ammonterebbe a 3.7 punti (un ventesimo di 73.1) da 133.1 nel 2014 a 129.5 nel 2015. Tenendo sempre per buone le previsioni del Fmi anche per il 2015, secondo le quali il nostro debito aumenterebbe a 2148.4 miliardi e il Pil a 1629.7, per cui il rapporto scenderebbe comunque a 131.8 (da 133.1), e sottraendo questi 1.3 punti ai 3.7 iniziali rimarrebbero comunque un 2.4 da recuperare. Quel 2.4 vale la bellezza di “soli” 38.4 miliardi di euro di debito a detta di Bagnai. E sempre se le ottimistiche previsioni sono giuste e il Governo non interviene con qualche manovra draconiana.

Aggiungiamo che qualora il famigerato spread, che in questi mesi ha raggiunto i minimi storici, dovesse ricominciare a crescere il debito italiano schizzerà ancora più in alto facendo lievitare ulteriormente il costo annuale per l’Italia per rispettare i vincoli impostici dai falchi dell’austerità.

L’incompetenza e l’incoscienza della nostra classe dirigente ci hanno portato ad aderire al Fiscal Compact senza calcolarne il costo per il popolo italiano. Un costo che rischia seriamente di compromettere lo Stato sociale in Italia a causa dei tagli che ci verranno imposti. Che dite, facciamo bene a preoccuparci e a chiedere di abolire questo Trattato per noi insostenibile (punto 2 del nostro programma:essendo un trattato internazionale è quindi sottoposto alla Convenzione di Vienna del 1969 della quale siamo firmatari, la quale prevede diverse ipotesi per l’estinzione di un trattato, v. in particolare art. 62 sul cambiamento fondamentale delle circostanze) e conseguentemente anche il pareggio di bilancio che ci è stato imposto in Costituzione (punto 7)?

Nella più rosea delle previsioni, se l’economia italiana dovesse seriamente risollevarsi bisognerà trovare almeno 5 miliardi di € l’anno per venti anni. Se invece dovesse andare male (o meglio, come stimato dall’FMI) potrebbe essere una quantità di denaro di proporzioni decisamente più ingenti. 38, 50 o anche più di 50 miliardi di euro: ancora non si può dirlo con certezza. E non basteranno misure isolate, una tantum come vendere immobili o privatizzare le partecipate, bisognerà tagliare proprio la spesa corrente.

Dove li troveranno secondo voi i partiti? Avranno il coraggio di andare contro i propri interessi tagliando sugli sprechi della pubblica amministrazione, sui costi della politica e su opere inutili come il TAV o progetti fallimentare come il programma F-35? Oppure continueranno ad alzare le tasse e ad applicare tagli lineari a servizi e ammortizzatori sociali? Su cosa si risparmierà secondo voi?

#ScuolaSanitàWelfareStateSereni

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