Elezioni in Turchia: tra repressione delle minoranze e miopia dell’UE

L’esplosione di bellezza e di poesia del tramonto che incendia i tetti, i minareti e le acque di Istanbul è una di quelle immagini che non dimenticherò mai. Una metropoli antica e moderna unica al mondo, dai tanti nomi e dai mille volti contrastanti, ponte ideale tra due continenti ma, al tempo stesso, solcata dalle cicatrici liquide del Bosforo e del Corno d’Oro. Una città, come diceva Edmondo De Amicis, che “è formata da tre grandi città divise dal mare, ma poste l’una in faccia all’altra, e la terza in faccia alle due prime, e tanto vicine tra loro, che da ciascuna delle tre rive si vedono distintamente gli edifizii delle altre due”.

La geografia di Istanbul potrebbe fungere da plastico per la Turchia di oggi. Di quella Turchia che, secondo la fredda logica dei numeri, ha votato e ha scelto, o meglio re-incoronato Erdogan. Ma che, a uno sguardo più vicino e attentato, rivela un paese, proprio come la pianta della città, profondamente lacerato in tre: da un lato coloro che hanno votato il Presidente-sultano per scelta (convinzione o convenienza, poco importa). Poco più in là, abbastanza vicini ma comunque da questi separati, quelli che lo hanno sì riconfermato, ma solo per timore e ricatto. E, molto più lontano, quasi “al di là del mare”, chi non si è piegato alla paura né fuori né dentro le urne. E che nei prossimi anni, forse, continuerà con altri mezzi a non piegarsi.

Da quando a giugno Erdogan ha deciso di sciogliere le camere semplicemente perché non aveva raggiunto la maggioranza dei voti, la cronaca è stato un bollettino costante di violenze e intimidazioni, come ho già avuto modo di ricordare nell’intervento pronunciato in aula a Strasburgo il 7 ottobre scorso. Contro la libera stampa, con il commissariamento di giornali e televisioni non allineate da parte del governo. Contro la società civile e la minoranza curda: solo 3 settimane prima del voto un attentato ad Ankara ha fatto più di 80 morti e 190 feriti. Per non parlare, poi, di certe altre morti perlomeno “singolari”, come quella della giornalista Jacqueline Anne Sutton, trovata impiccata nei bagni dell’aeroporto di Istanbul. Il copione sembra proprio quello della peggiore tradizione degli anni di piombo in Italia, quando si ricorreva con disinvoltura alla collaudata “strategia della tensione”. Che sia stato completamente voluto o meno, anche in questo caso il tempismo ha pagato in termini politici, dando all’Akp – il partito del presidente – una solida maggioranza, appena di poco sotto la soglia che gli consente di cambiare da solo la Costituzione. E ridimensionando invece il numero dei seggi del partito filocurdo Hdp.

Durerà? Io non credo. Il sostegno condizionato di oggi può facilmente sfociare nella contestazione totale di domani, in un paese così instabile e lacerato. Ma oggi non riesco a concentrarmi troppo sui scenari futuri. Non ancora. Preferisco parlare del presente. E della sua prospettiva europea.

Ripercorrendo le tappe che hanno portato alle anomalie di queste elezioni e il sangue della repressione in atto da mesi, mi avvilisco e mi indigno, una volta di più, pensando al disinvolto e interessato silenzio dell’Unione Europea. Di fronte alle violazioni dei diritti fondamentali, alle violenze sulla popolazione curda e alla sistematica prevaricazione dell’opposizione, le istituzioni europee hanno scelto una linea tanto pragmatica quanto profondamente cinica: la Turchia ospita 2,5 milioni di rifugiati… ergo è meglio venire a patti con Erdogan piuttosto che attaccarlo – come ha fatto chiaramente intendere il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. Così come è più conveniente non irritare Ankara, ritardando l’uscita di un rapporto della stessa Commissione europea che dettaglia il deterioramento in Turchia delle regole dello Stato di diritto, della libertà di espressione e dell’autonomia della magistratura. Un atteggiamento da struzzo, quello dell’Europa verso la Turchia, che Human Rights Watch ha definito senza mezzi termini “scandaloso e miope”.

All’indomani del voto, in un comunicato congiunto, l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Federica Mogherini e il Commissario per le Politiche di vicinato Johannes Hahn parlano di “rafforzare la partnership tra Ue e Turchia”, sottolineando come la grande partecipazione alle urne sia il segno di un “forte impegno nel processo democratico”.

Tanti sorrisi e pacche sulle spalle, per nascondere il disagio dell’incoerenza e il puzzo del compromesso. Perché il pensiero che questo incredibile aumento del flusso migratorio in così poco tempo possa non essere stato casuale, ma usato come arma per comprare la collaborazione e il silenzio dell’Europa credo proprio che non sia venuto solo al sottoscritto. Siamo in tanti: troppi, per far finta di nulla.

Eppure la storia riporterà le loro parole, e probabilmente dimenticherà i nostri dubbi. Ci ricorderà che la linea Juncker è stata rispettata e ribadita in pieno: gli affari sono affari. Business as usual. Realpolitik.

Le libertà dei cittadini, delle minoranze e dei popoli possono tranquillamente attendere: a Bruxelles hanno altro a cui pensare. E che attendano pazientemente in silenzio, per favore, perché le proteste e le critiche fanno troppa confusione… si finisce per sbagliare i conti. Jean-Claude Juncker annuirà soddisfatto, magari concedendosi quello che, da lontano, sembrerà persino un sorriso. A guardarlo più da vicino, però, assomiglia piuttosto al ghigno compiaciuto di Henry Kissinger.

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