Elezioni in Myanmar: viva la democrazia! Ma governare sarà difficile

“La vera misura della giustizia di un sistema è il grado di protezione che esso garantisce ai più deboli”. Queste parole nobili e ispirate sono di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace e leader della Lega Nazionale per la Democrazia (Nld), il partito che ha vinto con ampio margine le elezioni in Myanmar: sembrava quasi un sogno irrealizzabile, eppure il primo voto libero per i 30 milioni di cittadini birmani da più di vent’anni è finalmente realtà. Mi avrebbe fatto estremamente piacere partecipare alla missione di osservazione elettorale organizzata dall’Unione Europea, respirare in prima persona l’atmosfera di questo momento storico: purtroppo, essendo il nostro gruppo di modeste dimensioni non ha sempre posti in ogni missione (vengono distribuiti con il metodo D’Hondt) e questa volta ho dovuto, mio malgrado, assistere a distanza, ma sempre con la stessa passione per l’affermazione della democrazia nel mondo.

Le foto delle file interminabili ai seggi, inviate freneticamente dai corrispondenti, raccontano l’entusiasmo genuino e dirompente di milioni di persone, spesso umili e non istruite, nel partecipare a quello che sembra un vero e proprio “rito” democratico della scelta del loro leader: una scelta che, in questo caso, ha un sapore ancora più intriso di speranza e di libertà. Il merito di questo successo è sicuramente, oltre che della grande partecipazione popolare, proprio di Aung San Suu Kyi. È ben nota a tutti la storia di questa coraggiosa donna, costretta agli arresti domiciliari tra 1991 al 2012 dalla giunta militare che da decenni spadroneggia in Myanmar. La sua lunga e pacifica resistenza all’autoritarismo del regime ne ha fatto un’icona della democrazia in tutto il mondo.

Sembrerebbero esserci tutte le condizioni per quel lieto fine che in molti auspicavamo. Eppure, a mio parere, commetteremmo un grossolano errore concedendoci sin da ora il lusso di un facile trionfalismo. Se questo voto che, nonostante le imperfezioni, sembra essere stato complessivamente libero e non manipolato – ma dobbiamo ancora attendere i riscontri degli osservatori internazionali per esserne certi – sarà veramente l’inizio di una nuova pagina per il futuro del Myanmar, saranno solo i prossimi mesi a dircelo.

Una delle più grandi incognite è, infatti, cosa succederà adesso che la leader dell’Nld prenderà il potere. Pur non potendo governare di persona, a causa delle assurde norme costituzionali volute dai militari per impedirglielo, Aung ha promesso di “reggere il Paese nelle sue mani”, se i suoi concittadini le avessero accordato fiducia. Riuscirà davvero a risolvere i tanti problemi del suo Paese, come in molti sperano, o si piegherà anche lei a compromessi che, in nome della realpolitik, potrebbero annacquare la grande speranza di cambiamento della gente del Myanmar?

La domanda è tutt’altro che peregrina. Tanto più che due importanti punti politici rimangono tutt’ora in sospeso. Da un lato il ruolo dell’esercito, a cui sono ancora riservati il 25% dei seggi e che difficilmente avrà l’intenzione di farsi spontaneamente da parte rinunciando a “supervisionare” gli atti di un eventuale nuovo esecutivo retto da Suu Kyi, a prescindere dal risultato elettorale. Qualcuno sospetta che l’Nld sia pronto ad un compromesso con i nemici di sempre, visto come il male minore per evitare tentativi di colpi di Stato. La mia speranza è che ciò non accada, in quanto impedirebbe al nuovo governo di fare veramente luce sulle atrocità commesse dai generali durante gli anni della dittatura militare, tradendo così le aspettative di quanti hanno sofferto ingiustamente per decenni e con questo voto hanno espresso la propria sete di giustizia.

Dall’altro rimane aperta la questione delle minoranze etniche e religiose. Nell’intricato puzzle multietnico, ben lungi dall’essere ricomposto nonostante la recente tregua con alcune delle minoranze firmata prima delle elezioni dal presidente uscente Thein Sein, si annidano le maggiori insidie per chi governerà. Non solo per lo scontro tra maggioranza birmana e altri gruppi discriminati fino ad essere considerati “non cittadini” del Myanmar, ma soprattutto nella vera e propria persecuzione della popolazione musulmana dei Rohingya (di cui ho avuto modo di occuparmi al Parlamento Europeo contribuendo alla stesura di una risoluzione qualche mese fa). Perfino Suu Kyi, insignita del premio Nobel per la Pace, si è piegata ai diktat dei fondamentalisti buddisti del suo Paese, tacendo la terribile condizione, le violenze e le discriminazioni subite da centinaia di migliaia di Rohingya in Myanmar: una situazione talmente inaccettabile da averli resi, secondo moltissime associazioni umanitarie, uno dei popoli più perseguitati del mondo.

Se Suu Kyi e il suo futuro esecutivo vorranno veramente creare quel sistema “giusto”, in grado di garantire quella protezione ai più deboli a cui il popolo birmano aspira, avranno l’obbligo politico e morale di non accettare la facile via dell’accomodamento con l’esercito, di non chiudere gli occhi sulle atrocità compiute ai danni delle minoranze e, soprattutto, di tradurre questi principi in atti politici concreti.

Se è vero, come ha scritto sempre la leader dell’Nld, che “l’unica vera prigione è la paura”, non posso che augurare a lei e ai militanti del suo partito di avere tutto il coraggio che servirà loro nei prossimi anni per restare coerenti con le battaglie che hanno perseguito per tutti questi anni. Non è più tempo di lottare dall’opposizione per difenderle, ma di governare rettamente per portarle a compimento.

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