Dove andrai Italia senza articolo 18?

E’da anni che in ogni legislatura si discute l’abolizione dell’art.18. Ancora una volta ci troviamo a doverlo difendere. Perché abbiamo bisogno dell’articolo 18? Perché non si può perdere il lavoro ed essere privati del proprio stipendio senza una ragione. Dov’è la giustizia, se si è licenziati perché si aspetta un figlio, ci si sposa o perché si appartiene a un sindacato? Dov’è la giustizia se non posso esprimere un’idea politica diversa da quella del datore di lavoro?

Dov’è la giustizia se dobbiamo rimanere disoccupati per anni e dover anche a 40 anni ritornare dai nostri genitori solo perché i nostri gusti sessuali non piacevano al nostro datore di lavoro? Come si può accettare di essere cacciati solo perché proprio a causa di quel lavoro ci siamo ammalati? Come possiamo dire che sia giusto essere licenziati quando il fatturato dell’azienda è in crescita solo perché l’imprenditore vuole assumere lavoratori meno costosi?

Come si può credere a chi sostiene che aumenterà il numero degli assunti abolendo l’art.18? Come si può credere che la crescita venga da manovre che delegittimano il lavoratore invece che aumentarne le tutele e la qualità del suo lavoro?
L’articolo 18 è un deterrente che non sempre assolve a questa funzione ma è la più grande tutela che abbiamo di fronte agli abusi del potere datoriale. L’unica garanzia rimastaci, dopo aver comunque subito un licenziamento ed essere senza lavoro, è la possibilità di adire a un giudice per riavere il posto che ci spetta.

Secondo i dati dell’Isfol nel secondo trimestre del 2014 l’80% dei contratti sono stati flessibili. Allora è l’articolo 18 a non dare flessibilità ai contratti o alla nostra economia del lavoro? Quali bugie ci vogliono raccontare? La mancanza d’investimenti esteri dipende da altri e molteplici fattori quali: tasse sul lavoro, il costo dell’energia, la mancanza di infrastrutture e la criminalità organizzata.

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