Diritti LGBT negati in Ucraina, tra “visti” e “sviste” di Bruxelles

Ancora una volta mi trovo a tornare sulla questione Ucraina e sui rapporti che l’Unione europea ha deciso di stabilire col discutibile esecutivo di Kiev. Lo faccio questa volta a partire da un fatto politico che getta una luce sinistra sui quei negoziati con Bruxelles che, secondo quanto immaginato dai vertici dell’Unione, avrebbero dovuto portare alla rapida concessione del visto verso l’Europa per i cittadini ucraini in cambio dell’approvazione di un pacchetto di riforme, caldeggiato proprio dall’intellighenzia bruxellese.

Pochi giorni fa la Rada (il Parlamento ucraino) ha sonoramente respinto un disegno di legge che impediva la discriminazione verso le persone omosessuali sui luoghi di lavoro e che avrebbe dunque finalmente concesso una prima forma di protezione legale ai gay. Questo ha causato la reazione severa dell’Europa che, all’indomani del voto, si è detta pronta ad interrompere il processo di concessione veloce per i cittadini ucraini degli agognati visti Shengen. Solo al terzo passaggio in aula, la maggioranza dei deputati ha detto sì. Più per dovere che per reale convinzione, però.

Come mai, infatti, il parlamento ucraino aveva respinto in primo momento una legge che al governo stava tanto a cuore? Sospetto che il provvedimento anti-discriminazione, necessario e di buon senso in qualsiasi nazione civile, fosse stato proposto dal presidente Petro Poroshenko “sotto dettatura” di Jean Claude Juncker, e non certo per intima convinzione della necessità di promuove i diritti civili da parte dei gruppi politici ucraini.

Come un “apprendista stregone” che non riesce più a dominare ciò che lui stesso a creato, il presidente ucraino ha trovato nei parlamentari del suo stesso partito un ostacolo insormontabile alle sue proposte. Al suo primo apssaggio parlamentare, la legge anti-discriminazione era stata seccamente bocciata (solo 117 i favorevoli sul totale di 450 deputati). In quella occasione, Pavlo Unguryan, parlamentare del partito del primo ministro Arseniy Yatseniuk aveva commentato: “Siamo un Paese che vanta una millenaria storia cristiana”- ha testualmente detto Unguryan – “non possiamo certo permetterci di garantire uno stato speciale per le minoranze sessuali”.

È proprio così. In Ucraina, come o forse ancora più che in Russia – se stiamo alle numerose e ripetute denunce degli attivisti LGBT – l’avere un determinato orientamento sessuale non viene facilmente accettato. Così lo scorso giugno, in occasione del Kyiv Pride 2015, circa 300 manifestanti sono stati oggetto di un violento attacco da parte di contestatori organizzati, presumibilmente militanti di estrema destra. Quella che sulla carta doveva essere una manifestazione pacifica si è conclusa con un bilancio di diversi feriti, sia tra gli attivisti che tra i poliziotti.

Di fronte a questa inaccettabile posizione, l’Europa balbetta o al massimo finge, peraltro maldestramente, di fare la voce grossa. Il presidente della Commissione Juncker ha scritto una lettera al presidente ucraino per ricordargli che senza l’approvazione del pacchetto di riforme – che prevede nel suo complesso provvedimenti contro la corruzione e in favore dei diritti umani – non cadranno le barriere sui visti. “Meglio tardi che mai signor Juncker”, verrebbe da dire. C’è da chiedersi, magari, se è lo stesso Juncker che solo ad agosto aveva promesso lo sblocco dei visti entro la fine dell’anno confidando nei progressi dell’Ucraina”.  Ma, una volta che il ripensamento da parte sua c’è stato, perché si è dovuti arrivare all’increscioso caso dei parlamentari che giustificano l’omofobia come tratto culturale per accorgersi di quello che non va in Ucraina?

Molti degli ostacoli di cui oggi l’Europa si accorge sono ben noti da tempo. Già in un mio intervento di alcuni mesi fa denunciavo come Kiev fosse in preda ad una classe politica corrotta e incapace. Proprio costoro l’hanno spinta ormai sull’orlo della bancarotta, e nonostante ciò il paese continua a indebitarsi per comprare armi piuttosto che usare le proprie risorse economiche al fine di combattere la povertà e la mala amministrazione. Il governo Poroshenko, che l’Occidente sostiene con poche riserve, è lo stesso che combatte in un conflitto in Donbass che rischia di non avere né vincitori né vinti. Oltretutto Bruxelles sembra non dare grande peso alla presenza di gruppi neonazisti che combattono tra le fila di Kiev e che, come ho già fatto notare, sono arrivati indisturbati, almeno simbolicamente, fin dentro al Parlamento europeo. Pensate che un paio di parlamentari del PPE in Commissione Esteri avevano persino osato proporre un invito al comandante del Battaglione Azov in plenaria a Strasburgo!

A Juncker, come anche all’Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini, reduce da un viaggio a Kiev, vorrei ricordare di non essere preda di opportunistiche amnesie davanti ai tanti mali che il governo Poroshenko sta decisamente ignorando, se non aggravando, anziché risolvere. Come ho detto più volte, l’Europa non può essere la Terza Camera di Washington, quello che invece sembra essere quando sostiene il governo di Kiev soprattutto in funzione anti-russa. Eppure non mi sembra che il messaggio sia stato compreso. Evidentemente gli interessi geopolitici in ballo continuano ad essere troppo rilevanti.

Niente di nuovo sul fronte occidentale… e nemmeno su quello orientale.

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