COP21: Siate realisti, a Parigi chiedete la svolta ‘impossibile’

The Place de la Republique is covered in hundreds of pairs of shoes on November 29, 2015 in downtown Paris, as part of a symbolic and peaceful rally called by the NGO Avaaz "Paris sets off for climate" within the UN conference on climate change COP21, as an attempt to get round the French authorities' ban on public gatherings. Paris has extended a ban on public gatherings introduced after the terror attacks in the French capital until November 30, the start of UN climate talks, where some 150 leaders will be tasked with reaching the first truly universal climate pact. The banner reads "Paris sets off for climate". AFP PHOTO / MIGUEL MEDINA / AFP / MIGUEL MEDINA (Photo credit should read MIGUEL MEDINA/AFP/Getty Images)

Una marcia silenziosa, spettrale. E che proprio per questo ha fatto ancora più rumore. L’immagine delle 10.000 paia di scarpe in Place de la République a Parigi haaperto la Conferenza sul Clima – denominata con la poco intellegibile sigla di COP21 (21esima “Conferenza delle Parti”). Un atto di disobbedienza civile perfettamente pacifica, quello di chi ha depositato le calzature al suolo non potendo manifestare in prima persona, reso necessario dal divieto di sfilare per le strade di Parigi, come invece era previsto dovesse accadere in apertura e chiusura del meeting. All’origine della proibizione le misure di sicurezza adottate in Francia dopo i terribili attentati jihadisti del 14 novembre. Ma anche un’immagine che fotografa con nitidezza l’importanza della presenza di associazioni, attivisti, cittadini nel processo per la salvaguardia di quanto sta a cuore a tutti: il nostro pianeta. E che spinge i grandi della terra, come sempre riluttanti, a trovare finalmente una soluzione efficace e duratura.

La misura della posta in gioco a COP21 ce la danno innanzitutto i numeri: 196 nazioni presenti, 40.000 partecipanti – il record di sempre. Due obiettivi principali da raggiungere entro la fine del meeting (11 dicembre), entrambi ambiziosi. Il primo è, evidentemente, la firma di un accordo per limitare entro i 2 gradi centigradi l’innalzamento della temperatura causato dalle emissioni di anidride carbonica. Il secondo, quello di rivoluzionare complessivamente il nostro modo di produrre e consumare secondo criteri di sostenibilità ambientale.

Certo, un elemento sembra ormai acquisito a livello internazionale: il cambiamento climatico esiste e va combattuto. Secondo dati diffusi dalla World Metereological Association, la temperatura media del globo è aumentata in 100 anni di 0,85 gradi, e 13 dei 14 anni più caldi di sempre si sono registrati nel XXI secolo. Come se non bastasse, il 2015 rischia di dover essere considerato l’anno più caldo di sempre.

Proprio grazie a questa consapevolezza, 146 nazioni, in rappresentanza del 90% di quelli che producono maggior inquinamento, hanno presentato il loro impegno per diminuire nei prossimi anni le emissioni di CO2. I più ottimisti indicano come gli impegni nazionali, mai formulati in modo più chiaro ed esplicito, possano andare a costituire la pietra angolare di un accordo che si spera questa possa essere davvero vincolante. Le Nazioni Unite non sembrano del tutto convinte, indicando come, sulla base di questo piano, la temperatura rischia lo stesso di sfondare la soglia simbolica dei 2 gradi, provocando così immani catastrofi (soprattutto a danno dei Paesi poveri o in via di sviluppo). Ma perché non vedere comunque i progressi rispetto all’incompletezza degli accordi di Kyoto – non sottoscritti dagli Usa – e al fallimento di Copenaghen nel 2009? Perché non sperare che Parigi parta già con un bicchiere più mezzo pieno che mezzo vuoto?

Perché purtroppo, anche a voler essere ottimista, non posso certo esserlo senza le dovute riserve. E ciò mi impone di indicare quegli elementi – politici ed economici – che mi riconducono ad un piùcauto realismo.

Innanzitutto, molte rimangono le divergenze sugli obiettivi da raggiungere tra i governi. Nonostante l’innegabile impegno del Presidente degli Stati Uniti Obama riguardo ai temi ambientali rispetto ai predecessori, il segretario di Stato John Kerry ha chiaramente affermato che gli Usa si opporranno alla possibilità che i colloqui di Parigi producano  un “trattato vincolante”. Proprio quello su cui spinge, al contrario  l’Unione europea. Nella posizione espressa da Kerry giocano evidentemente preoccupazioni di politica interna, con l’opposizione repubblicana pronta ad opporsi a qualsiasi accordo che possa a loro avviso nuocere agli interessi industriali degli Usa. Singolarmente, tuttavia, anche l’Europa, nonostante la propria apparente compattezza, ha problemi al suo interno. E’ il caso della Polonia, Paese in cui è ancora molto forte l’industria del carbone, il cui governo ha fatto sapere di non gradire vincoli troppo stretti.

I più ottimisti guardano al caso della Cina, maggior produttore di emissioni inquinanti al mondo, che per la prima volta si è imbarcata sulla nave della lotta per lo sviluppo sostenibile, dopo aver scoperto quanto esso costi in termini economici. Se però un gigante asiatico sembra dare timidi segnali di “arruolamento” alla giusta causa, ce n’è un altro tutt’altro che convinto. Mi riferisco all’India, il Paese la cui popolazione supererà tra pochi decenni quella della stessa Cina, impegnato in un complesso bilanciamento tra l’esigenza di fermare l’innalzamento della temperatura globale e quello di utilizzare combustibili fossili per non arrestare il proprio sviluppo industriale.

Una preoccupazione, d’altronde, condivisa da molti altri Paesi in via di sviluppo, tanto nel continente asiatico che in quello africano. Oltretutto, gli impegni presi dai Paesi più ricchi verso quelli più poveri a Copenhagen non sono stati mantenuti. Un rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione Sviluppo Economico indica come i 100 miliardi di dollari l’anno promessi entro il 2020 si siano, di fatto, ridotti a poco più di 55.

Uno dei motivi per cui scettici, pessimisti e disillusi non mancano: la conferenza di Parigi, per loro, non è che l’ennesimo episodio per rimandare gli impegni concreti. Eppure, di fronte al complesso scenario che ho appena descritto, vorrei unirmi alle richieste dei miei colleghi 5 Stelle al Parlamento europeo, Marco Affronte (che rappresenta l’europarlamento proprio a COP21) e Piernicola Pedicini. Riprendendo infine le parole pronunciate in aula della collega Eleonora Evi a nome di tutto il Movimento, mi schiero senza riserve dalla parte di chi vuole che COP21 produca un accordo “serio, vincolante, ambizioso e globale”.

Gli ostacoli sono tanti. Ma i governi non possono, ancora una volta di nuovo, decidere al posto dei cittadini. Per ottenere il risultato di un accordo vincolante, bisogna che la società civile, i movimenti, gli attivisti non siano ridotti al silenzio. Sono loro che chiedono ciò che sembra impossibile. E che lavorano, tutti i giorni, affinché diventi reale.

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