Il CETA e la resurrezione del TTIP: perchè la battaglia non è ancora finita

TTIP che (forse) va, CETA che viene. Se i negoziati sul trattato di libero scambio Usa-Ue sembrano ormai arenati, si fa avanti il più circoscritto, ma non meno pericoloso, CETA, un accordo che copre gli scambi commerciali tra i Paesi dell’Unione e il Canada. E che può diventare, di fatto, il cavallo di Troia per introdurre in Europa gli stessi pericoli del malconcio TTIP.

A dire che il TTIP è morto ci pensa il vicecancelliere e ministro dell’Economia tedesco, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, quando ammette: “i negoziati sono di fatto falliti perché non possiamo accettare supinamente le richieste americane”. Gli fa eco il governo francese, che attraverso il Ministro del Commercio Estero Matthias Fekl annuncia che chiederà alla Commissione europea lo stop ai colloqui con gli Usa.

Tutt’altra posizione quella del Ministro dello Sviluppo italiano, Carlo Calenda. A nome di Renzi, da sempre un fervente TTIP-entusiasta, Calenda ci crede ancora con tutte le sue forze: “l’accordo è essenziale e sarà raggiunto in ogni caso”, dichiara, perché “i rapporti commerciali con gli Usa sono fondamentali per l’Italia”. La critica del ministro tedesco all’arroganza americana può andare a farsi benedire.

Certo, alle affermazioni di Gabriel ha risposto a stretto giro sia Angela Merkel che la Commissione europea, la sola a detenere il potere negoziale sui trattati internazionali. Il sospetto è che il clima di scetticismo che serpeggia in alcuni ambienti politici tanto europei quanto americani nasconda una verità ben più sostanziale: l’obiettivo reale dei pro-TTIP è liquidare l’ormai impopolare accordo commerciale Usa-Ue per conseguire le sue stesse finalità tramite il CETA, vale a dire il trattato di libero scambio tra Ue e Canada.

Sono dunque cominciate le grandi manovre per ottenere lo stesso scopo solo cambiando mezzo? Il comitato anti-TTIP lo dice a chiare lettere: l’attenzione dei governi europei sembra ormai tutta concentrata sul CETA, anche perché già approvato durante la scorsa legislatura e in attesa ormai solo della ratifica definitiva, che potrebbe essere dietro l’angolo. Nonostante la sconfitta dell’originaria posizione di Bruxelles e di Roma, che avrebbero voluto un’entrata in vigore con la sola approvazione del Parlamento europeo senza dover passare per l’esame dei parlamenti nazionali, nell’attesa del loro necessario voto il trattato potrà comunque entrare provvisoriamente in vigore non appena ottenuto il via libera del Parlamento Europeo.

L’accordo con il Canada permetterebbe principalmente a giganti americani come Walmart, Coca Cola o Monsanto di operare sul mercato europeo sfruttando le clausole dell’accordo attraverso le controllate canadesi. Un modo subdolo e indiretto di schiacciare le nostre aziende e le eccellenze produttive italiane, senza neppure dover fare i conti con le sacrosante critiche sollevate dall’opinione pubblica. Molto attenta finora alle evoluzioni del Trattato Usa-Ue, meno informata su quello che era sembrato, al confronto, un accordo marginale come appunto il CETA.

I motivi per opporsi al TTIP sono tanti, non ci sarebbe neppure bisogno di ricordarli. Quelli per contrastare il CETA non sono meno importanti. In qualunque forma si voglia introdurre, ovvero anche attraverso il sotterfugio del trattato commerciale con il Canada, un accordo complessivo di libero scambio con il Nord America metterebbe a rischio settori vitali dell’economia italiana, primo tra tutti quello agroalimentare, spalancando le porte agli ogm (gli organismi geneticamente modificati), permettendo di privatizzare i servizi che non potranno poi nuovamente essere restituiti allo Stato e favorendo giudiziariamente le multinazionali, anche attraverso gli arbitrati (i cosiddetti ISDS) con cui le corporation possono bloccare le legislazioni nazionali a loro sfavore.

Non diversamente da quanto avverrebbe con il TTIP, infatti, il trattato con il Canada prevede l’istituzione di “tribunali privati”. Il quotidiano britannico Guardian evidenzia come il Paese nordamericano abbia perso varie cause giudiziarie contro le multinazionali Usa. Le materie del contendere andavano dal divieto di sostanze chimiche cancerogene nel carburante, alla tutela dell’ambiente rispetto ai disastri causati dall’attività mineraria. 

La buona notizia, dunque, è che l’accordo di libero scambio con gli Usa vacilla, grazie alla pressione dei consumatori e all’attenzione di tutti i cittadini che in passato hanno manifestato e che continueranno a farlo per difendere la loro salute e i loro diritti. Alcuni politici europei in Francia e in Germania se ne sono resi conto, per fortuna.
La cattiva notizia è che molti governi europei, compreso quello italiano, sono tutt’altro che in buona fede: o difendono ancora testardamente il TTIP, come fa Renzi, oppure, se anche sono costretti a usare un linguaggio meno favorevole all’intesa sotto la spinta della pressione popolare, fingono di volerlo abbandonare ma pensano fondamentalmente a come reintrodurlo dalla finestra.

Come portavoce europeo, e con me tutta la delegazione M5S a Strasburgo, darò battaglia affinché i cittadini italiani ed europei vengano tutelati. Il CETA non deve essere ratificato, il TTIP non può avere un futuro: lo vogliono ormai solo i governi e la Commissione europea, non certo i cittadini. Tutti insieme possiamo fare molto: tornando in piazza e gridando ancora una volta il nostro NO fermo e convinto ad un pessimo accordo commerciale che distruggerebbe non solo le nostre economie locali, ma ancor di più la qualità della nostra vita.

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