Brexit: chi paga il costo di un accordo a ogni costo?

Protestors take part in a demonstration calling for a referendum on the European Union (EU) Lisbon Treaty, outside the Houses of Parliament in central London, on February 27, 2008. AFP PHOTO/BEN STANSALL (Photo credit should read BEN STANSALL/AFP/Getty Images)

L’accordo è stato raggiunto dopo due interi giorni di discussioni durante il Consiglio europeo tenutosi a Bruxelles dal 18 al 20 febbraio. Alla Gran Bretagna sarà garantito uno speciale status pur di evitare la rottura con l’Unione europea. Al popolo britannico un referendum, fissato il 23 giugno, per decidere se rimanere o no nell’Unione.

Il quesito a cui i cittadini saranno chiamati a rispondere sarà estremamente diretto e semplice: “Volete che il Regno unito rimanga nell’Unione europea o che esca”? (in inglese: Should the United Kingdom remain a member of the European Union or leave the European Union?). A poco meni di tre mesi dalla data stabilita, la campagna tra i fautori dell’ in – per chi vuole che il Regno unito resti nell’Unione – e dell’out per chi vuole invece il divorzio da Bruxelles è già partita e promette di essere molto accesa. Così si conviene ad ogni appuntamento con una scelta storica che avrà conseguenze dirette sia sul futuro del Paese che decide, sia per gli altri Paesi e la stessa Unione, sui quali evidentemente si ripercuoteranno le scelte democratiche operate del popolo britannico.

Personalmente sono a favore della democrazia, sempre e comunque, dunque sono certamente felice della possibilità che i cittadini si esprimano direttamente per decidere il destino del loro Paese. Che lo facciano gli abitanti del Regno unito, dato che oggi la storia li chiama a questo compito, e che la stessa possibilità venga data anche agli altri elettori degli altri Paesi dell’Unione.

Detto questo, ci sono alcune importanti considerazioni circa la cosiddetta Brexit o, come più correttamente viene definito dopo le decisioni del Consiglio europeo di febbraio, l’in/out referendum convocato dal premier David Cameron per il prossimo giugno. Diversi Stati membri dell’Unione hanno preso posizione e si sono schierati sul versante che riguarda specificamente la sponda europea: un accordo è naturalmente il frutto del consenso di due contraenti, al di là e al di qua della Manica. Molti in Europa però ora si chiedono: era giusto fare delle concessioni a Londra? E se sì, su che base?

Le domande potrebbero essere riformulate in modo ancora più diretto e tagliente: perché viene permesso ad un Paese piuttosto che ad altri, quello che molti potrebbero giudicare come un “trattamento speciale”? La risposta, evidentemente non potrà essere soltanto: perché il Regno Unito è economicamente forte e politicamente influente. Ed è, per inciso, fuori dal sempre più “austero” e meno allettante club dell’Eurozona, il che ha influito non poco sul suo potere negoziale. Ma soprattutto, chi impedirà, d’ora in poi, che ogni singolo governo possa avanzare richieste – o sarebbe meglio dire accampare pretese – su ogni specifico aspetto della politica europea che non è di suo gradimento?

Nello specifico, in sede di trattativa prima della conclusione dell’accordo, alcuni Paesi dell’Est – fra tutto Polonia e Ungheria – hanno espresso preoccupazione riguardo ad uno dei quattro punti negoziati dal primo ministro britannico, quello che prevede una restrizione di almeno quattro anni prima che i “migranti” (sic!) europei possano godere di un accesso completo allo Stato sociale nel Regno unito. E sinceramente non posso dar loro torto, visto che mi sembra politicamente e umanamente inaccettabile pensare che i miei connazionali italiani che vivono e lavorano a Londra, producendo (ahimè) ricchezza per il paese che li ospita, debbano essere discriminati. La Francia ha invece alzato la voce per circoscrivere il più possibile la concessione di benefici al settore finanziario londinese ai danni delle controparti continentali. A nome della Grecia, il premier Alexis Tsipras ha ridimensionato lo psicodramma Brexit, ricordando l’urgenza di un altro grave problema, quando ha minacciato il veto in Consiglio se il suo Paese non avesse ricevuto assicurazioni che non sarebbe stato espulso dall’area Schengen a causa della partita che si sta giocando sulla pelle dei migranti.

Per inciso, l’Italia – di cui il meglio che si possa dire in politica internazionale è che rimane defilata, il peggio che aspetti sempre a vedere dove tira il vento per poi appiattirsi sulle posizioni del più forte – si è invece limitata a fare da sponda ad Angela Merkel, strenua sostenitrice di Londra integrata in Europa. Renzi si è infatti mostrato allineato sull’idea che è fondamentale mantenere Londra entro i confini dell’Unione e ha invitato i partner europei a fare ogni sforzo per evitare la Brexit.

Le posizioni discordanti, le pressioni centrifughe e i caveat di molti governi europei mostrano chiaramente come raggiungere un punto di equilibrio sia stato tutt’altro che semplice. Se dai “continentali” traspare l’ammarezza di aver forse dato troppo, il dibattito dall’altra parte della Manica sembra invece speculare: gli euroscettici rimproverano a Cameron di aver ottenuto poco, quasi niente, arrivando a giudicare il nuovo assetto patteggiato a Bruxelles come un fallimento totale.

A riprova che le concessioni non sono state fatte soltanto dal lato di Bruxelles, Westminster è entrata in fibrillazione. Diversi ministri del governo Cameron hanno annunciato, contro il primo ministro e leader del loro partito, di volersi battere per l’uscita dall’Unione europea. Con loro si è schierato anche Boris Johnson, sindaco di Londra e importante esponente del partito conservatore, che l’amico-nemico di sempre Cameron aveva cercato fino all’ultimo di tirare dalla sua parte. Potrebbe essere lui uno degli assi nella manica di un fronte anti-Bruxelles che spazia dal leader di Ukip Nigel Farage a vasti settori dello stesso partito di governo. Oltretutto, se Cameron perdesse la battaglia referendaria per la quale si è speso in prima persona, sarebbe costretto a dimettersi. Il primo effetto delle decisioni del Consiglio europeo è dunque un’accelerazione e una polarizzazione nello scenario politico britannico. Il dado è tratto, ed è ormai – e forse finalmente, direbbe qualcuno al di qua della Manica – arrivata l’ora di decidere: quel fatidico momento “should I stay or should I go” che potrebbe far chiarezza del destino futuro dell’Europa – almeno secondo quelli che vedono Londra come tradizionalmente riluttante all’integrazione.

Sebbene giochi di rincorsa rispetto ad un’opinione pubblica il cui cuore non è stato mai davvero conquistato dal sogno europeo, il fronte contrario a Brexit può giocare alcune carte a suo favore in quella che Timothy Garton Ash ha definito significativamente la “nuova battaglia della Gran Bretagna”. Naturalmente quello degli svantaggi economici che conseguirebbero all’uscita dall’Unione. Fuori dal mercato comune, dai trattati commerciali e politici internazionali, il Regno Unito rischierebbe nel breve termine l’instabilità economica, nel lungo la marginalizzazione, se il contesto è quello di scenari macroeconomici globali sempre più integrati. Preoccupa Londra anche il marcato europeismo della Scozia, la cui first minister Nicola Sturgeon ha già annunciato che avvierà le procedure di un nuovo referendum separatista in caso di vittoria dell’ “out”. La scelta di Edimburgo potrebbe avviare una spinta alla disgregazione degli autonomisti in Galles e certo complicherebbe il mantenimento del processo di pace in Irlanda del Nord. Oltretutto, argomentano gli anti-Brexit, l’uscita dal “club” delle nazioni europee sarebbe tutt’altro che semplice e indolore. L’abbandono dell’Unione verrebbe regolato infatti dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che non sorprendentemente prevede condizioni molto sfavorevoli per chi decide di andarsene.

Che la si veda da questa o da quella sponda del Canale della Manica – o dell’English Channel, come viene chiamato, appunto, dall’altra parte – rimane intatta la portata dello “status speciale” accordato al Regno unito dal Consiglio europeo del 18-20 febbraio, nonostante le perplessità della vigilia. Questa mossa delle istituzioni europee fa riflettere quantomeno sullo stato dell’Unione oggi, dove sembra tramontato definitivamente il sogno di un’Europa politica federale o confederale a vantaggio delle pur legittime spinte nazionali. Il referendum di giugno potrà dire se la scommessa dei leader europei e di Cameron sarà giudicata persuasiva o meno dai cittadini. Ma non potrà togliere il fatto che un solo Paese ha ricevuto un trattamento diverso da tutti gli altri.

Cosa succederebbe se Cipro, piuttosto che il Portogallo, la Slovacchia o magari anche l’Italia minacciassero di lasciare l’Unione? Eppure il problema non è tanto – e non è solo – che ogni membro del club potrebbe ora provare a negoziare per ottenere sempre di più, se lo ha fatto Londra. Il problema è soprattutto che i cittadini europei hanno assistito ad una farsesca, shakespeariana, “commedia degli equivoci” in cui si finge di essere corretti con qualcuno non perché ha fatto voce grossa, ma perché se lo è potuto permettere. Mentre tutti sanno benissimo che se richieste di cambiamento simili venissero da altre parti, non sarebbero presa in considerazione nello stesso modo. Il caso della Grecia sembra essere emblematico in proposito.

In politica come nella vita, preservare una relazione nel tempo ha un costo. Entrambi i soggetti devono fare concessioni e non irrigidirsi. Da entrambe le parti potrebbe esserci una certa dose di tatticismo, che permetterà a ciascuno di non sentirsi sconfitto nei confronti dell’opinione pubblica del proprio (o dei propri) Paesi. Tuttavia, nella storia delle relazioni fra Stati, proprio come nella descrizione delle relazioni tra persone, le rotture possono realmente avvenire, anche quando nessuno se lo aspetta. Non sempre e non solo perché ci si è irrigiditi sulle proprie posizioni. Talvolta, al contrario, proprio perché si è cercato a tutti i costi di venire incontro all’altro. Così da uscire tutti scontenti.

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