Allargamenti e inasprimenti: “l’amaro” ingresso del Montenegro nella Nato

Dove possono, anzi dove dovrebbero arrivare i confini della Nato? È davvero nel nostro interesse di italiani e di europei che gli alleati al di là e al di qua dell’Atlantico espandano la già considerevole area di influenza politica e militare dell’organizzazione, anche a costo di irritare quello che hanno voluto trasformare nel proprio principale contendente, cioè la Russia – la quale, oltretutto, per reazione, viene ancora più incentivata a ridisegnare alleanze e coalizioni su scala mondiale, come non si vedeva dai tempi che precedettero la dissoluzione dell’Unione Sovietica – in un momento tanto delicato?

Questa mia riflessione, tutt’altro che peregrina, scaturisce dalla notizia del nuovo allargamento della Nato grazie all’ingresso di un nuovo membro: il Montenegro. L’annuncio è stato dato lo scorso 2 dicembre a Bruxelles dal segretario generale dell’Alleanza Atlantica, il norvegese Jens Stoltenberg. Il piccolo Paese balcanico sarà dunque il 29esimo membro dell’alleanza atlantica, terzo dei Balcani occidentali dopo Albania e Croazia (che hanno aderito nel 2009). Tecnicamente, poi, ci vorrà ancora del tempo perché Podgorica diventi a tutti gli effetti un membro a pieno titolo dell’Alleanza, ma ciò dovrebbe avvenire comunque entro due anni al massimo.

Contestualmente alla diffusione della notizia, tutti i principali organi di stampa internazionali hanno riportato la dura reazione di Mosca. Il Cremlino ha espresso rabbia e indignazione contro una decisione che, fondamentalmente, viene imputata alla volontà del leader incontrastato dell’Alleanza – ovvero gli Stati Uniti – ma non sorpresa, visto che tale mossa, apparentemente secondaria ma in realtà di gravida di conseguenze, risulta coerente con un disegno di fondo che in molti, tra gli addetti ai lavori, vedono sempre più nitido. Forse anche per questo la Russia ha minacciato ritorsioni, ma senza specificare ancora di che tipo, per non concedere facili pretesti che possano portare l’Occidente, ad esempio, a escluderla nuovamente dal negoziato sul futuro della Siria, nel quale ha invece senz’altro un ruolo da protagonista, o magari ad alzare di nuovo la tensione sul fronte ucraino. Insomma, l’orso russo studia l’avversario e aspetta di capire quale sia la risposta migliore.

Tornando all’argomento principale di questo mio articolo, sull’allargamento della Nato al Montenegro ci sono almeno due considerazioni importanti da fare. Una in merito alla tempistica dell’invito rivolto al Paese balcanico. L’altra, di più vasto respiro, riguardo al rapporto tra i Paesi europei e l’Unione nel suo complesso con la Russia.

Benché ampiamente preparato da mesi o forse da anni, l’ingresso del Montenegro presenta alcune singolarità. Intanto perché ironicamente fu proprio l’Alleanza Atlantica a sganciare bombe su Podgorica 16 anni fa durante la guerra del Kosovo, all’epoca ancora parte della Jugoslavia (segnatamente, quel conflitto evoca nella mente di molti italiani la decisione di partecipare ai bombardamenti presa dal governo D’Alema e le spaccature all’interno della sinistra italiana). Ancora, perché la 29esima integrazione arriva dopo una lunga pausa nel processo di espansione – come abbiamo già detto gli ultimi ingressi risalivano al 2009 – e in un momento delicato dei rapporti tra Usa e Russia impegnati nel complesso gioco della coalizione anti-Isis in Medio Oriente. Difficile pensare che si tratti di un caso e non di uno dei tanti segnali, per non dire colpi più o meno bassi – o forse sarebbe meglio dire sgambetti – inflitto dall’una o dall’altra parte con l’intento di innervosire l’avversario e di saggiarne la reattività.

Il vero problema, però, è quello che emerge lungo la strada che, idealmente, collega (o forse è meglio dire collegava) il Montenegro a Mosca. Gli storici legami tra il Paese e la Russia sono stati messi in discussione innanzitutto per volontà del premier montenegrino Milo Dukanovic, già collaboratore di Milosevic negli anni ’90 e poi traghettatore del Montenegro – del quale da allora è ininterrottamente leader – verso l’Occidente. I dubbi espressi dalla minoranza serbo-montenegrina non sembrano impensierire troppo un politico che procede sicuro e spedito per la sua strada.

Certo, se è vero che tanto da parte Nato quanto da parte di Podgorica la soddisfazione per l’intesa raggiunta è palpabile, è altrettanto vero che la gioia espressa dal segretario dell’Alleanza atlantica Stoltenberg nell’accogliere il nuovo partner sembra avere un valore politico più ancora che strettamente militare. “La Nato, infatti” – nota l’analista Luca Susic, esperto dell’area balcanica ed ex sovietica – “è riuscita a rafforzare ulteriormente la propria posizione nei Balcani, non solo rendendo l’Adriatico una sorta di lago dell’Alleanza, ma soprattutto sferrando l’ultimo e decisivo colpo al già moribondo storico legame fra Podgorica e Mosca. Oltre a ciò, con questa ulteriore espansione nell’area ex-Jugoslava, la Nato è ora in grado di incrementare la già forte pressione esercitata sulla Serbia, che si trova ad essere letteralmente circondata da stati membri dell’Alleanza o da territori controllati da questa (si pensi al Kosovo)”.

In fondo, il Patto Atlantico non fa mistero della sua politica delle “porte aperte”: Macedonia e Bosnia (nonostante i considerevoli problemi istituzionali, politici ed economici che paralizzano attualmente i due paesi) sembrano già nel mirino come prossimi obiettivi di un futuro allargamento. Quanto a Belgrado, vero elemento filorusso nell’area, magari prima o poi si vedrà. Forse, mi viene da pensare, l’obiettivo finale è proprio far percepire ai serbi una sensazione di “isolamento” geografico, politico e militare nell’area dei Balcani occidentali, per forzarli a prendere la decisione di rompere la plurisecolare alleanza con Mosca e spingerli nelle accoglienti e interessati braccia europee e nordatlantiche. Nonostante critiche anche dure che giungono perfino da ambienti conservatori a Washington, la direzione presa sembra ormai inequivocabile.

Siamo però sicuri che, oltre ad essere inequivocabile appunto, sia questa anche la direzione giusta? Non è inquietante, invece, che in un momento così delicato per le relazioni internazionali, la Russia percepisca “l’annessione” del Montenegro alla Nato come l’ultimo, ennesimo, atto di provocazione nei suoi confronti? Non sarebbe invece più saggio mantenere gli attuali equilibri sul continente, focalizzando energie e sforzi sulle crisi più gravi attualmente in corso, come quella libica e in particolare quella siriana, dove il peso specifico di Mosca può fare la differenza?

Se l’interesse da perseguire fosse quello alla stabilità e alla pace dell’Europa, la risposta alle tre domande precedenti sarebbe senz’altro sì. Ma in un’alleanza che ha ormai smarrito la propria originaria identità (in buona sostanza figlia di una contrapposizione in blocchi ideologici dei tempi della guerra fredda che non c’è più) e che per fabbricarsene una nuova sembra essere alla spasmodica ricerca di un “nemico” grazie al quale possa giustificare la sua sopravvivenza, la reazione è ben diversa. Questo perché anche gli interessi geopolitici sono ben diversi da quelli sanciti dalle posizioni ufficiali: basti pensare che il fulcro della sua azione, che potremmo tranquillamente chiamare proiezione offensiva, nell’ultimo quindicennio è stato tutto sul Medio Oriente e sul Nord Africa. Di nordatlantico è rimasto giusto il nome. E temo proprio che questi interessi parlino con un marcato accento del District of Columbia.

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