Il Premio Sakharov a DeWayne Johnson, il giardiniere-eroe vittima della Monsanto

DeWayne Johnson

“Combatterò fino al mio ultimo respiro”. È il grido di battaglia di DeWayne Johnson, il giardiniere-eroe di una scuola del distretto della Benicia, a nord di San Francisco, che per primo ha portato sul banco degli imputati la Monsanto e il suo pesticida a base di glifosato, il Roundup. Un diserbante letale non solo contro i batteri ma anche per la salute umana. Quella che ha perso Johnson e che rischiano ora di perdere i bambini della scuola dove il prodotto è stato utilizzato inconsapevolmente dal giardiniere.

L’uomo al quale piaceva scrivere e fare musica, padre di tre bambini, oggi ha infatti i giorni contati. Quelle strane macchie che aveva cominciato a vedere sulle sue mani in seguito al contatto con il diserbante erano il segno evidente di qualcosa di molto più grave: un cancro delle cellule del sangue, il linfoma di non-Hodgkin. Un rischio su cui nessuno lo aveva avvisato. Inutili le telefonate al numero verde della Monsanto per chiedere informazioni. “La richiameremo”, rispondevano. Ma la promessa non è stata mai mantenuta.

Poi un giorno, il suo datore di lavoro gli ha aperto gli occhi e gli ha detto “generalmente passano due anni per prendersi un cancro con quei prodotti”. Questo lo ha spinto finalmente alla denuncia e da allora è iniziata la sua battaglia per la giustizia e per la vita.  

Una battaglia che Johnson ha sempre condotto con il sorriso anche quando tutto sembrava perduto: alcune email interne dell’azienda hanno mostrato che il gigante agrochimico non ha esitato a insabbiare gli studi scientifici sfavorevoli e ha addirittura promosso dei paper a favore del diserbante. Una tattica che sembra emulare un po’ quelle utilizzate negli anni 40 dalla Big Tobacco per negare gli effetti negativi delle sigarette e che ha reso il processo ancora più complesso.  

Di fronte a queste tattiche meschine e subdole, a servizio di interessi economici di portata miliardaria, Johnson non si è arreso. Non si è abbattuto, nonostante la chemioterapia gli abbia tolto le forze per reggersi in piedi e sua moglie sia costretta a dividersi in due lavori e a fare turni di 14 ore al giorno per provvedere alla sua famiglia e pagare le cure mediche. 

Quest’uomo non ha avuto paura di andare incontro a sacrifici, dolore e sofferenza. Ha mostrato un coraggio eccezionale che è stato infine premiato dalla magistratura: Monsanto è stata condannata a pagare un risarcimento di 289 miliardi di dollari. Una decisione storica che potrà servire da apripista per migliaia di persone, vittime silenziose di multinazionali che mettono il profitto davanti alla vita umana, privata di qualsiasi valore. Queste vittime oggi non sono più inesistenti, hanno finalmente una voce. Una voce coraggiosa che merita di essere il nostro Sakharov 2018: quella di DeWayne Johnson. 

 

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